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Il grido di Nino De Masi su Vibo Marina: “Siamo diventati un popolo di pecoroni, difendiamo il mare e il futuro”

La vicenda dell’accesso alla spiaggia di via Vespucci a Vibo Marina solleva una dura reazione da parte di Nino De Masi. L’imprenditore calabrese, da anni sotto scorta insieme alla sua famiglia, esprime una profonda indignazione che va oltre la semplice critica alla politica o ai sistemi di potere, concentrandosi sull’atteggiamento della cittadinanza di fronte alla progressiva perdita dei propri diritti e del proprio territorio.

L’atto d’accusa si rivolge direttamente alla rassegnazione collettiva e alla normalizzazione di dinamiche di sottomissione. “Io mi incazzo, mi indigno, mi arrabbio con i nostri concittadini, con me stesso, perché noi siamo diventati un popolo di pecoroni”, dichiara De Masi, evidenziando come si sia giunti a adagiarsi su una realtà inaccettabile: “Noi abbiamo normalizzato purtroppo tutto questo, abbiamo normalizzato di vivere con un padrone, con un padrino, sia esso un dranghitista, che spesso è la stessa cosa, sia esso politicante o sistema di potere”.

Il caso della spiaggia negata in via Vespucci

Al centro della polemica si trova la decisione di interdire la sosta in via Vespucci per consentire la creazione di una corsia d’emergenza a servizio della Meridionale Petroli, società legata a uno dei principali gruppi petroliferi del Paese. Questo provvedimento rischia di rendere l’area balneare, storicamente frequentata da migliaia di persone, difficilmente accessibile per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Le ripercussioni pratiche ricadranno su anziani, famiglie e persone con disabilità, costretti a percorrere lunghi tratti a piedi sotto il sole per raggiungere il mare con le attrezzature da spiaggia. La rimodulazione della viabilità viene vista come una compressione del diritto alla fruizione del bene pubblico a vantaggio delle esigenze industriali.

La difesa del bene pubblico e della speranza

Per l’imprenditore calabrese non si tratta di una controversia legata soltanto alla viabilità o alle autorizzazioni amministrative, ma di un segnale di cessione di sovranità sul territorio. “Non mi incazzo neanche con i grembiulini o il sistema di potere pseudo imprenditoriale che pensa di poter venire in Calabria a fare quello che vuole e a deturpare il mare”, spiega De Masi, aggiungendo un carico sul significato profondo di tali azioni: “Deturpare che cosa? La speranza dei nostri figli”.

L’invito è quello di avviare una mobilitazione civile e consapevole per manifestare il proprio dissenso. “Cos’altro aspettiamo per poterci ribellare? Quale altro stupro dobbiamo subire? Basta, scendiamo in piazza e diciamo non nel mio nome, non nel nostro nome”, esorta l’imprenditore, che esprime la volontà di compiere gesti eclatanti se si trovasse sul posto: “Voi passerete sul mio cadavere, ma qui questo è un bene pubblico, questo è interesse pubblico, questo luogo è il luogo di bellezza, è il luogo dei nostri figli”. La proposta non è finalizzata a un disordine sociale, bensì a una ferma opposizione democratica che punti a “combattere con civiltà, combattere con educazione, combattere con determinazione” per tutelare il patrimonio paesaggistico calabrese.

La mobilitazione del 4 giugno e i nodi irrisolti dello sviluppo

Le proteste si concretizzeranno il 4 giugno alle 16, con una manifestazione promossa da un comitato spontaneo di cittadini davanti ai cancelli dell’azienda petrolifera. Al centro del dibattito vi è la gestione delle scelte strategiche per Vibo Marina, un territorio le cui prospettive di riconversione e delocalizzazione industriale erano già state sollevate all’indomani della tragica alluvione del 3 luglio 2006, costata la vita a tre persone e causa di novanta feriti e circa 200.000.000 euro di danni.

Il futuro dell’area costiera rimane sospeso tra la vocazione turistica legata al porto e la persistenza dei grandi insediamenti industriali. Nonostante l’Autorità Portuale di Gioia Tauro abbia annunciato investimenti per un valore di 90.000.000 euro nei prossimi tre anni, la cittadinanza si interroga sulla reale destinazione di questi fondi: se serviranno a riqualificare il lungomare e l’attrattività turistica o se saranno impiegati per consolidare l’efficienza logistica dei colossi petroliferi residenti. Il monito finale dell’imprenditore rimane aperto come un interrogativo urgente per la comunità: “Quando combattiamo?”.