Il dibattito sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina si arricchisce di una riflessione che supera i confini della singola opera infrastrutturale per investire direttamente la tenuta delle istituzioni democratiche e l’efficacia dei sistemi di controllo pubblici.
In un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, ha spostato il focus dell’analisi dall’opportunità tecnica o economica del progetto alla capacità effettiva dello Stato di vigilare sui flussi finanziari e prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno delle grandi commesse pubbliche.
L’analisi del magistrato si concentra sulla progressiva riduzione degli strumenti investigativi e di controllo amministrativo, un trend che, secondo la sua visione, rischia di lasciare scoperte le istituzioni di fronte a organizzazioni criminali sempre più complesse e tecnologicamente avanzate.
Il nodo della Corte dei Conti e l’equilibrio tra i poteri
L’aspetto più strettamente istituzionale affrontato da Gratteri riguarda la riforma della magistratura contabile, con particolare riferimento al disegno di legge Foti. Secondo il procuratore di Napoli, l’impianto della riforma introduce elementi di forte criticità nel principio cardine della separazione dei poteri, modificando radicalmente la natura e la funzione del controllo pubblico sulla spesa.
“La nuova legge prevede la ‘collaborazione’ con il potere politico ed è evidente che possa degenerare in un vero e proprio asservimento della magistratura contabile all’indirizzo di governo”
L’espressione di questo timore fotografa il rischio di una mutazione genetica della Corte dei Conti, che da autonomo argine a tutela della legalità e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche verrebbe trasformata, nell’ottica del magistrato, in una struttura posta al servizio delle esigenze e delle tempistiche dell’esecutivo.
Strumenti d’indagine ridotti di fronte a mafie evolute
Il quadro delineato si estende all’efficacia dell’azione di contrasto giudiziario e preventivo, profondamente condizionata dalle recenti modifiche legislative. Gratteri ha elencato una serie di interventi normativi che avrebbero depotenziato la capacità di intervento delle forze dell’ordine e della magistratura: le restrizioni nell’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, i nuovi limiti procedurali per il sequestro dei dispositivi elettronici e l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio.
Queste riforme si scontrerebbero con la realtà di una criminalità organizzata, in particolare la ‘ndrangheta, che ha abbandonato le vecchie dinamiche militari per trasformarsi in un soggetto economico e tecnologico estremamente raffinato. La capacità di penetrazione di queste strutture è considerata tale da poter condizionare ogni singola fase di realizzazione di una grande opera.
“La criminalità organizzata usa strumenti sofisticati e con le limitazioni introdotte non solo è molto difficile arginare i danni, ma è anche difficile intervenire dopo. È nelle condizioni di poter infiltrare tutti gli step dell’opera”
Le carenze del sistema giustizia e le risorse
La riflessione del procuratore si conclude con un’analisi dello stato di salute complessivo dell’amministrazione della giustizia in Italia, segnata da uno squilibrio strutturale tra il volume dei procedimenti e i mezzi concretamente a disposizione per gestirli.
La riduzione progressiva degli stanziamenti e del personale, unita all’indebolimento delle prerogative investigative, configura per il magistrato uno scenario di oggettiva difficoltà per le istituzioni.
“Il problema è che non abbiamo gli strumenti per prevenire e per intervenire come sarebbe necessario”
La carenza di strumenti adeguati e il contemporaneo aumento del carico giudiziario vengono definiti da Gratteri come i sintomi evidenti di una situazione limite, che rischia di assumere i contorni di una sostanziale e pericolosa resa dello Stato di fronte alla pervasività delle mafie contemporanee.



