Il caporalato in Calabria non è più un’eccezione locale, ma un vero e proprio sistema economico illegale dai numeri impressionanti. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che invita le istituzioni, la comunità educante e l’opinione pubblica a guardare oltre la semplice repressione penale per avviare una strategia educativa capace di colpire le cause strutturali dello sfruttamento.
I dati scientifici più recenti, elaborati dal CNR-ISMed e presentati nel VII Rapporto “Agromafie e Caporalato” dell’Osservatorio Placido Rizzotto, descrivono una realtà drammatica. In Calabria si stimano infatti tra gli 11.000 e i 12.000 lavoratori agricoli coinvolti in forme di irregolarità, con una concentrazione impressionante nella Piana di Sibari, nella Piana di Gioia Tauro e nei distretti agricoli del Crotonese, del Catanzarese e del Vibonese.
In questi territori il reclutamento della manodopera si intreccia con vulnerabilità economiche, precarietà abitativa e reti di intermediazione che, in molti casi, rispondono direttamente alle strategie di controllo economico della ‘ndrangheta. Le organizzazioni criminali non si impongono più soltanto con l’intimidazione, ma operano come veri e propri attori di mercato capaci di governare la logistica, i trasporti e la distribuzione commerciale, trasformando l’illegalità in un vantaggio competitivo che schiaccia le imprese oneste.
Oggi lo sfruttamento ha cambiato pelle attraverso la diffusione del cosiddetto lavoro grigio. Questa formula nasconde rapporti formalmente regolari ma sostanzialmente fraudolenti, dove il contratto diventa uno scudo di apparente legalità per mascherare stipendi inferiori ai minimi, giornate non dichiarate e violazioni sistematiche dei diritti più elementari. Una compressione artificiale dei costi che altera la concorrenza, sottrae gettito fiscale e indebolisce la tenuta democratica del territorio.
Per scardinare questa normalizzazione dell’ingiustizia, il CNDDU ritiene indispensabile affiancare alle azioni giudiziarie una prevenzione culturale permanente che parta dai banchi di scuola. L’educazione alla legalità deve compiere un salto di qualità evolvendosi in educazione alla legalità economica, fornendo agli studenti gli strumenti per comprendere il valore costituzionale del lavoro e i meccanismi delle filiere produttive.
In questo percorso, il contributo dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche assume una rilevanza strategica per sviluppare nei giovani una lettura critica della realtà. Il Coordinamento auspica quindi che le scuole valorizzino queste competenze all’interno dei percorsi di Educazione civica, promuovendo moduli dedicati alla trasparenza dei mercati e all’attuazione degli Obiettivi 8 e 16 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, poiché investire sulla formazione giuridica dei giovani significa difendere la dignità del lavoro e la giustizia sociale.



