L’idea rassicurante che ogni evoluzione dei tempi coincida inevitabilmente con un miglioramento sociale e culturale rappresenta una delle convinzioni più ingannevoli dell’epoca contemporanea. Il progresso tecnico, mediatico e di costume non porta sempre a belle cose. Troppo spesso, dietro la maschera della modernità, della spensieratezza e della presunta libertà estetico-espressiva, si celano forme sottili di regressione educativa e di perdita del senso profondo della tutela dei più piccoli.
Il corpo di una bambina non può diventare la vetrina delle ambizioni irrisolte di una madre. Non può essere trattato come un accessorio da mostrare, una miniatura della seduzione adulta, un piccolo manifesto estetico da esibire in spiaggia con la semplice e superficiale scusa della moda. Quando una bambina viene abituata a pensare che essere bella significhi scoprirsi, attirare sguardi e ricevere approvazione unicamente attraverso l’esposizione del proprio corpo, non stiamo affatto educando alla libertà. Stiamo consegnando a una mente in formazione un messaggio profondamente distorto e pericoloso: valgo solo se e quando mi guardano.
Il nodo è educativo, ma parte drammaticamente dagli adulti
È la pedagogista Teresa Pia Renzo, da oltre venti anni punto di riferimento per la crescita della prima infanzia, ad intervenire con fermezza nel dibattito aperto attorno ai costumi da bagno e ai capi d’abbigliamento per bambine, sempre più spesso disegnati secondo modelli apertamente adulti, fashion, poco comodi e palesemente lontani dalle esigenze reali dei primi anni di vita.
Questo tema delicato non riguarda soltanto le dinamiche di mercato, le tendenze della moda o la semplice scelta di un capo da mare. Chiama in causa in maniera diretta ed essenziale la struttura stessa della famiglia, il modo in cui i genitori guardano i propri figli, il loro personale rapporto con il corpo, il senso del pudore, il valore della dignità e le tappe fondamentali nella costruzione dell’identità personale.
Non è moda ma una vergognosa adultizzazione dell’infanzia
Il punto centrale della questione — sottolinea la dottoressa Renzo — non risiede nel criminalizzare un singolo costume da bagno, né nel trasformare ogni scelta estetica o di gusto in un allarme sociale. Il problema reale ed educativo nasce quando il modello adulto viene trasferito sul corpo di una bambina o di un’adolescente senza alcuna consapevolezza pedagogica e di ruolo.
Esistono capi e costumi pensati espressamente per una donna adulta, concepiti per valorizzare un corpo maturo e strutturati secondo codici estetici propri del mondo adulto. Riportare ed applicare tali meccanismi all’infanzia significa anticipare l’uso di linguaggi visivi e simbolici che i bambini non possiedono ancora gli strumenti emotivi e cognitivi per comprendere. Si tratta, all’atto pratico, di una vera e propria vergognosa adultizzazione dei piccoli.
Allarme Renzo: madri adolescenti che si specchiano nelle figlie
La responsabilità più scomoda e complessa da affrontare riguarda molte madri. Non tutte, certamente, ma un numero spaventosamente crescente. Si osservano sempre più frequentemente madri che sembrano vivere il corpo della propria figlia come una conferma di sé, una continuazione ideale o un prolungamento formale della propria immagine, se non addirittura come una sorta di rivincita estetica personale nei confronti del tempo che passa.
Quando una ragazzina di quindici o sedici anni esce di casa vestita in modo eccessivamente provocante od ostentato — osserva puntualmente la pedagogista — significa inevitabilmente che qualcuno glielo sta consentendo. Molto spesso quel qualcuno non si limita ad accordare un permesso passivo, ma incoraggia attivamente il comportamento, lo normalizza all’interno delle mura domestiche e lo trasforma persino in un motivo di vanto e orgoglio familiare.
Il transfert estetico che usa i figli come giustificazione
In una moltitudine di casi si assiste a un vero e proprio transfert educativo e simbolico di natura patologica. La figlia diventa lo spazio neutro attraverso il quale la madre autorizza anche sé stessa a rimanere perennemente adolescente, a inseguire modelli di esposizione mediatica o visiva continua e a confondere sistematicamente l’essere desiderata con l’essere riconosciuta nel proprio valore umano.
È come se molte donne usassero inconsapevolmente le figlie per giustificare il proprio personale modo di mostrarsi in pubblico o sui social network. In un primo momento fanno passare determinate scelte stilistiche come semplice moda giovanile destinata alle ragazze, per poi trasformarla in una legittimazione e sdoganamento personale. Tuttavia, un adulto strutturato e maturo non può in alcun modo cercare conferme o rassicurazioni narcisistiche nel corpo e nell’immagine dei propri figli.
Ma la bellezza non significa essere guardate
La ricerca della bellezza, ovviamente, non rappresenta in alcun modo il problema di questa dinamica. E nemmeno il corpo rappresenta un problema in sé, così come non lo sono il mare, l’abbigliamento estivo o l’esercizio della libertà individuale. Il problema drammatico sorge, invece, nel momento esatto in cui la bellezza viene ridotta e appiattita alla pura quantità di sguardi che si riescono ad attirare su di sé.
Quando un genitore insegna, anche attraverso atteggiamenti non verbali o impliciti, che più un corpo è esposto e più acquista valore, sta ponendo le basi per una profonda fragilità emotiva futura. Sta educando le nuove generazioni a una dolorosa dipendenza dall’approvazione esterna. Sta gradualmente spostando il baricentro della dignità personale dall’essere interiore al mero farsi guardare. Questo tipo di impronta, nella crescita graduale e delicata di una bambina, rischia di trasformarsi in una ferita psicologica profonda e difficile da rimarginare.
Il nudo è arte, l’esposizione senza consapevolezza è volgarità educativa
Nel suo intervento, la dottoressa Renzo distingue in modo netto e inequivocabile il valore profondo del corpo dalla sua banale mercificazione. Il nudo in sé può rappresentare arte alta, armonia formale, linguaggio espressivo o alta rappresentazione estetica. Tutt’altra cosa è invece la ricerca nevrotica e continua dello sguardo altrui, l’esibizione vissuta come un bisogno primario o la svendita simbolica di sé all’interno di modelli commerciali che fanno passare per presunta libertà quella che in realtà è soltanto un’imitazione passiva di codici estranei.
Una bambina non possiede per sua natura gli strumenti critici per decodificare questi segnali complessi. Un’adolescente, qualora non sia stata adeguatamente educata e affiancata in precedenza, rischia di assorbire l’esposizione come l’unica norma sociale valida. È proprio in questo snodo cruciale che il ruolo guida degli adulti torna ad essere assolutamente decisivo e insostituibile.
Renzo: il problema sta sempre nella famiglia
La questione fondamentale torna dunque ancora una volta al nucleo familiare, al ruolo dei genitori e delle madri in particolare, specie quando sono loro stesse a scegliere, acquistare, approvare, fotografare, pubblicare in rete e normalizzare determinati modelli di fruizione dell’immagine.
Non è più ammissibile continuare ad addebitare ogni responsabilità alla moda, alle piattaforme social o alle logiche di mercato se poi, nell’intimità quotidiana, l’adulto di riferimento compra, consente, incoraggia e legittima tali atteggiamenti. Il fallimento educativo si compie nel momento in cui una madre smette di proteggere la propria figlia dal bisogno nevrotico di compiacere gli altri e comincia a compiacersi lei stessa del fatto che la figlia venga guardata. Educare una bambina significa insegnarle con pazienza che il suo corpo non è una vetrina, la sua bellezza non è merce da esposizione, la sua libertà non necessita di alcuna ostentazione e la sua dignità viene sempre prima di qualsiasi moda passeggera.



