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Spopolamento e desertificazione commerciale: il piano per salvare i borghi italiani

Con la ripresa delle attività autunnali del 2026, la Confederazione Imprese Italia riporta al centro del dibattito economico e istituzionale il progressivo svuotamento delle aree interne e la desertificazione commerciale dei centri storici.

La problematica richiede un approccio che vada oltre il semplice dato demografico, poiché la perdita di abitanti innesca una spirale negativa: il calo dei consumi mette in crisi le attività economiche, portando alla chiusura di negozi e servizi, il che rende il territorio ancora meno attrattivo per nuovi investimenti, giovani e famiglie. A tal proposito, l’associazione sottolinea una priorità chiara e inequivocabile: “Salvare i territori significa creare le condizioni perché vivere, lavorare e fare impresa torni a essere conveniente”.

I numeri di un’Italia che rischia di svuotarsi

La situazione attuale è fotografata da numeri preoccupanti che delineano uno scenario di forte fragilità. La Strategia Nazionale per le Aree Interne 2021-2027 coinvolge 124 aree di progetto, comprendenti 1.904 Comuni e una popolazione complessiva di circa 4,57 milioni di abitanti. Alla fine del 2024, in Italia si contavano ben 5.523 Comuni con una popolazione non superiore a 5.000 abitanti, per un totale di oltre 9,6 milioni di cittadini. Il tessuto commerciale di questi territori risulta gravemente compromesso: in 206 Comuni non si registra la presenza di alcun esercizio di commercio al dettaglio, mentre 425 risultano completamente privi di attività commerciali alimentari. Inoltre, in 1.124 Comuni è presente al massimo un singolo esercizio alimentare. Le più recenti valutazioni sulla demografia commerciale indicano che tra il 2012 e il 2025 sono scomparse circa 156.000 attività, tra negozi fisici e commercio ambulante.

Le saracinesche chiuse indeboliscono le comunità

Il commercio di prossimità rappresenta molto più di un semplice scambio economico; è una vera e propria infrastruttura sociale vitale per il territorio. Un bar, un panificio, una bottega artigiana o una farmacia generano relazioni umane, mantengono vive e sicure le strade e garantiscono servizi essenziali. L’organizzazione ribadisce con forza questo concetto affermando che “Quando una saracinesca si abbassa definitivamente non perde soltanto l’imprenditore: perde l’intera comunità”. La rigenerazione dei centri storici, pertanto, non può limitarsi al solo recupero architettonico o edilizio delle piazze e dei palazzi storici. Un borgo perfettamente restaurato ma svuotato dei suoi residenti e privo di scuole, imprese e opportunità lavorative rischia di diventare una scenografia inanimata, mancando della sua componente più importante: le persone che lo vivono quotidianamente.

Il patto per la permanenza e le priorità d’azione

Per superare l’attuale fase di interventi emergenziali e contributi occasionali, l’associazione ritiene necessaria una strategia strutturale che unisca politiche demografiche, lavoro, impresa, servizi e rigenerazione urbana. Viene così proposta la creazione di un “Patto per la permanenza e la rigenerazione economica dei territori”, un tavolo di confronto che coinvolga Governo, Regioni, Comuni, sistema camerale e parti sociali. Le priorità individuate sono molteplici e includono una fiscalità territoriale di vantaggio per chi apre o mantiene un’attività nelle aree fragili, accordi per il recupero dei locali sfitti, sostegno per le attività che offrono servizi essenziali e programmi integrati che uniscano le esigenze abitative e imprenditoriali di giovani e famiglie. Viene inoltre richiesto un forte impegno per garantire l’accesso agli strumenti di intelligenza artificiale e digitalizzazione per le piccole imprese, unito al rafforzamento della sanità territoriale, della scuola, della mobilità e della connettività.

Misurare i risultati per rendere conveniente restare

Il cambio di metodo richiesto passa attraverso la creazione di Piani locali di permanenza e sviluppo, basati su dati concreti come l’andamento demografico, i locali commerciali sfitti e i fabbisogni occupazionali. L’obiettivo è superare la logica dei finanziamenti a pioggia a favore di progetti misurabili, monitorando costantemente quante imprese nascono, quante chiusure vengono evitate e quante famiglie scelgono di non trasferirsi. L’associazione intende mobilitare le proprie sedi territoriali per affrontare il problema alla radice, evidenziando che “Non vogliamo limitarci a raccontare lo spopolamento. Vogliamo contribuire a costruire le condizioni per contrastarlo”. La sfida dei prossimi vent’anni si gioca proprio sulla capacità del Paese di non concentrare tutte le opportunità in pochi grandi poli, ma di garantire che vivere e fare impresa nei piccoli Comuni torni a essere una scelta non penalizzante.