Tra le eccellenze straordinarie del patrimonio agroalimentare calabrese spicca senza dubbio la liquirizia, una radice spontanea e infestante unica nel suo genere, amata e apprezzata in ogni angolo del globo. Questa preziosa risorsa incarna perfettamente la geografia e la vocazione produttiva della regione, dimostrando come un’impresa possa attraversare i secoli soltanto se sa reinventarsi continuamente, mantenendo ben saldo il contatto con il proprio luogo d’origine. È questo il cuore del messaggio che Fortunato Amarelli, amministratore delegato della celebre Fabbrica di Liquirizia di Corigliano-Rossano, ha condiviso durante la giornata inaugurale della 34esima edizione del Peperoncino Festival di Diamante.
Nel corso dell’intervista condotta dalla giornalista Marianna De Luca nello spazio di Radio Azzurra sul Lungomare Mancini, alla quale ha preso parte anche il presidente dell’Accademia Italiana del Peperoncino Enzo Monaco, si è affrontato il tema dei prodotti identitari locali. La liquirizia emerge come il più autoctono tra i tesori della regione, una pianta che non cresce spontaneamente in nessun’altra parte d’Italia e che porta con sé una tradizione industriale imponente. Nel Settecento la Calabria contava infatti ben ottanta fabbriche attive; la storica azienda Amarelli rappresenta l’ultima erede di questa fiorente stagione produttiva.
Questa eredità ha spinto la famiglia a fondare il Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli, uno spazio nato non soltanto come polo espositivo aziendale, ma come vera e propria operazione di memoria collettiva destinata a restituire alla Calabria una pagina centrale della sua storia economica. Fortunato Amarelli, che guida anche l’Unione Imprese Centenarie Italiane, ha sottolineato come la sopravvivenza secolare di un brand si basi su due pilastri fondamentali: la capacità di evolversi trasformando il modello di business e una solida alleanza con il territorio. Senza questo radicamento un’azienda rischia di diventare un corpo estraneo, mentre la vera innovazione consiste nel rinnovare il linguaggio d’impresa per parlare ai mercati contemporanei senza mai recidere le proprie radici.



