Il sistema di distribuzione delle merci e dei carburanti nel Mezzogiorno si trova ad affrontare giorni di forte tensione. Due distinte mobilitazioni, nate da istanze differenti ma destinate a incrociarsi, rischiano di mettere sotto pressione l’economia locale, le attività commerciali e i servizi essenziali di Puglia, Basilicata e Calabria: da un lato il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto, dall’altro il fermo di cinque giorni dell’autotrasporto calabrese proclamato da Fedralog.
Il nodo di Taranto e i primi impatti sulla rete dei carburanti
In Puglia gli effetti della protesta sono già palpabili. Il presidio dei lavoratori dell’ex Ilva agli ingressi della raffineria Eni di Taranto sta creando pesanti ostacoli alla movimentazione delle scorte. L’azienda ha comunicato che la carenza di carburante si fa già sentire negli aeroporti di Bari e Brindisi, mentre oltre cinquanta dei circa trecento punti vendita della rete interessata hanno già esaurito le scorte.
La struttura tarantina costituisce un hub strategico per l’approvvigionamento di un’ampia area del Sud, alimentando stazioni di servizio di vari marchi, operatori terzi e vettori per i servizi di pubblica utilità e soccorso. Sebbene l’impianto sia al momento in funzione e in sicurezza, Eni ha evidenziato che l’impossibilità di far entrare gas tecnici e materie prime potrebbe presto costringere a programmare la fermata della produzione. Per la Calabria si tratta di un campanello d’allarme concreto, anche se ad oggi non si registrano ancora distributori regionali a secco a causa degli avvenimenti di Taranto.
Dal 16 ottobre lo stop dell’autotrasporto in Calabria
A complicare il quadro si aggiunge il fermo regionale proclamato da Fedralog, che vedrà le imprese di autotrasporto aderenti incrociare le braccia da venerdì 16 fino a martedì 20 ottobre. La protesta mira a portare all’attenzione delle istituzioni una crisi di liquidità non più sostenibile per la categoria.
Tra i principali fattori di sofferenza figurano:
- Impennata dei costi operativi: carburante, manutenzione, polizze assicurative e rate dei mezzi gravano pesantemente sui bilanci.
- Tariffe inadeguate: i compensi per i trasporti non consentono di coprire i reali costi d’impresa.
- Mancanza di risposte immediate: nonostante l’apertura di un tavolo tecnico con l’assessorato regionale guidato da Antonio Montuoro, le rassicurazioni finora ricevute non sono state considerate sufficienti a congelare lo stop.
Come dichiarato da Girolamo Giovinazzo, consigliere regionale di Fedralog, molte aziende non dispongono più della liquidità necessaria per tenere i camion su strada. La mobilitazione si preannuncia pacifica e garantirà i servizi essenziali previsti dalla legge, ma le ripercussioni sulla catena di distribuzione alimentare e sui rifornimenti commerciali potrebbero essere rilevanti.
Effetti a cascata e il peso dei rincari sul settore estrattivo
L’impatto reale sui territori dipenderà dalla percentuale di adesione delle imprese e dalla capacità di riorganizzare i flussi logistici alternativi. Sebbene non sia possibile prevedere una blocco totale del Mezzogiorno, il rischio di ritardi diffusi nelle consegne e carenze sugli scaffali appare concreto.
Alla vertenza dei trasporti si aggancia infine il grido d’allarme del settore estrattivo. Marcello Ferraro Restagno, presidente nazionale di Federcave, ha evidenziato l’impatto del ritorno dell’accisa ordinaria sul gasolio, che ha comportato un aumento di circa 6,1 centesimi al litro (IVA inclusa). La federazione contesta l’esclusione dalle agevolazioni per i mezzi d’opera gommati immatricolati che lavorano nei cantieri e nelle cave, chiedendo il ripristino dei benefici e meccanismi più rapidi per l’adeguamento dei prezzi negli appalti. Un ulteriore rincaro che si scarica lungo tutta la filiera, dalle cave ai cantieri, fino al trasporto finale delle merci.



