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Pienone per Nino Spirlì che incanta anche a Milano

Ancora una volta un grande successo per Nino Spirlì che nel gremito Mondadori Store di piazza del Duomo a Milano, incanta tutti a partire dal suo “Diario di una vecchia Checca”. Una presentazione estemporanea dal momento che era previsto – già dallo scorso settembre – un “faccia e faccia” con il personaggio televisivo Vladimir Luxuria che però non si è presentato all’evento.

Il fondatore de IlGiornaleOff e di CulturaIdentità, Edoardo Sylos Labini ha comunque impreziosito, coadiuvato dal musicista Daniele Stefani, l’incontro con lo scrittore omosessuale e autore televisivo Spirlì. «Avrei potuto giocare i numeri al lotto: avrei festeggiato con la vincita del terno secco sulla ruota del Gay Pride! Come era immaginabile, il “personaggio” ha disertato il palcoscenico della vita. Luxuria ha preferito fuggire davanti al “nemico”, all’omosessuale onesto che non vive apparecchiato di bugie e compromessi.

Che non fa finta di indossare vite non sue, che non piange o ride solamente a favore di telecamera. Che non si sprezzemola in giro per programmi televisivi. Certo, non è facile trovarsi davanti a uno specchio spietato che ti riporta la tua menzogna e te la spalma sulla pelle. Anni e anni di risolini amari, contro chiunque fosse diverso dall’ordine che hanno cercato, cercano e cercheranno di imporre come nuovo ordine, si sarebbero frantumati davanti a me, un ricchione alla vecchia maniera, che, pur nella sua eccentricità, non ha mai fatto della propria omosessualità un vanto o un motivo di orgoglio», così lo stesso Nino Spirlì, tagliente dalle sue prime parole a Labini, nell’intervista pubblicata anche su IlGiornaleOff.

Non le manda a dire, come sempre, Nino Spirlì, e fa chiarezza oltre il pensiero comune del politicamente corretto che ormai ha inglobato lo spirito del tempo. «Io innanzitutto credo che se non torniamo alla lingua del posto in cui siamo nati non ci capiamo. In Calabria ad esempio omosessuale si dice ricchione. Io voglio essere ricchione. Così come si è busoni in Veneto, finocchi a Roma eccetera… queste non sono parole che devono spaventare. A me a dire il vero a spaventarmi è la parola gay – afferma – Io ero ricchione anche quando mio padre stava morendo, ma non ero gay. Gay significa allegro, gay è un’offesa perché significa leggero, gay è una categoria che si usa ma che non è reale perché non rispecchia le singole personalità.

Vorrei pensare che ci sono tante sessualità quante persone ci son in questo momento sulla terra, non si può categorizzare. Se la analizziamo è la parola gay ad essere offensiva, il gay pride è un carnevale osceno. Poteva essere utile nell’America degli anni ’70. In America serviva questa esasperazione del gay pride, ma da noi, in Italia, una terra che è patria di pastori e contadini tutto questo non serve. Perché secondo voi i pastori che stanno fuori casa per mesi e mesi che fanno? Un buco nella roccia? E i navigatori, i marinai? Gli italiani popoli di esploratori, in mezzo al mare come pensate che facessero? L’omosessualità da noi è stata sempre vissuta con discrezione, senza bisogno di fare spettacolo.

Lo scandalo nei confronti nell’omosessualità è arrivato insieme al boom economico. Questo ha creato in Italia una borghesia finta che ha fatto sorgere la necessita di dover essere puliti, di dover fare in modo che gli altri non potessero parlare male di noi. Prendete Von Gloeden che ha fotografato i giovani pescatori, contadini dipingendo un sud poetico… andate a cercarlo, vi renderete conto di che cosa significava per questi ragazzi farsi fotografare.

Tutto questo è molto distante dal Gay Pride». Nino Spirlì racconta anche, partendo dal suo ultimo editoriale per CulturaIdentità cosa sta a significare essere omosessuale nell’entroterra calabro oggi e 40 anni fa: «A Tauranova il pregiudizio non c’è mai stato.. Io, dopo 32 anni passati tra Roma, Parigi e altre città, ora che ho deciso di tornare in Calabria, sono tornato così, con le borse, gli aneli, gli scialli e io oggi vado in giro così, senza problemi, perché nessuno quando mi vede fa una battutina. Io nel 1984 dissi a mio padre che ero omosessuale e chissà cosa mi aspettavo.

C’è da dire che io ho avuto la fortuna di aver avuto un padre illuminato, io unico figlio maschio e mio padre unico figlio maschio, ha accettato la mia omosessualità senza fare una piega». Edoardo Sylos Labini rimarca passaggi assai toccanti dei racconti di Spirlì nel “Diario di una vecchia checca”, interpretando gli scritti dell’autore, la su vita vissuta: «Io sono vedovo di mio padre dal ’99, il mio grande amore è lui – ha ricordato Spirlì – Io gli ho affidato tutta la mia vita, tra di noi non ci sono mai stati segreti. Non tutti hanno questa fortuna: la fortuna di avere un padre così illuminato e in generale una famiglia così splendida.

Però, questo lo dico a tutti quelli che non hanno avuto la mia stessa fortuna, è importante avere la forza, la pazienza e il coraggio di dire la verità, di andare dalla radice, chi ci ha generato, e cercare nella loro accettazione la nostra felicità». In un confronto trascinante con Labini, l’ideatore di programmi televisivi storici come Forum racconta anche il proprio rapporto con la madre: «Tra di noi c’è un intreccio di anime. Mia madre è una donna incredibile, non si è mai scandalizzata di nulla. Ogni volta che tornavo a casa ed ero in compagnia diceva “la vostra camera è pronta, vi ho preparato le crepes, vi ho cucinato i cannelloni”, nel momento in cui ci vedeva in due lei diceva “vi”, non usava il “ti” escludendo l’altro, non mi ha mai dato del tu se ero con qualcuno, anche se poi sapeva che quella relazione sarebbe durata quanto un gelato sul cono».

Significativi sono stati anche i profili tracciati rispetto il valore della famiglia e il suo scagliarsi contro le adozioni gay. «Credo che gli omosessuali debbano fare un po’ un passo indietro. Ora, a prescindere dal fatto che ci siano dei diritti che sono davvero importanti, come l’amore – L’amore dev’essere rispettato a priori, non importa che siano ragazzi con ragazze, ragazzi con ragazzi, ragazze con ragazze – ciò non toglie che la Famiglia abbia delle necessità “Altre”. Il riconoscimento delle coppie, e dei loro diritti, credo sia la cosa più giusta e sacrosanta.

Qualche anno fa un caro amico, attore tra l’altro, si è ammalato di un brutto male, è durato si e no 3 mesi, i suoi familiari che lo avevano completamente allontanato negli anni precedenti in quanto omosessuale, intervenuti come avvoltoi hanno impedito al compagno di stare con lui, di parlare con i medici, cacciandolo via di casa, la sua casa, e cancellando tutto ciò che di buono c’era stato tra i due ragazzi. Gli omosessuali, però, devono fare un passo indietro nelle pretese. I bambini hanno diritto ad avere un equilibrio affettivo in cui sia presente il mascolino e il femminino. La potenza e la dolcezza. Il padre e la madre. Sia come archetipo che come “ingrediente materiale”. Padre e Madre si compensano nell’educazione dei figli e, insieme e diversi, li arricchiscono. Due padri senza mamma o due mamme senza padre non sono natura, norma, regola.

La pretesa genitorialità omosessuale è un arroganza che non può e non deve essere consentita». Acceni anche sul prossimo libro che uscirà a breve ovvero “Malumbra e mala carne”: «Una storia ambientata nella Palermo degli anni 80’ e racconta di una violenza domestica drammatica e della possibilità di riscattarsi. Quando ti pestano, pestano ogni cellula del tuo essere, anche quelle lontane dal punto in cui è arrivato il colpo. Tutte le cellule vengono pestate e il ricordo se lo passano tra di loro per sempre, non c’è un giorno in cui il messaggio del pestaggio non venga perpetuato, tu vivi da pestato per tutta la vita.

Lo stupro non è una cosa che si cura, si c’è lo psicologo, ma è un messaggio che rimane dentro tutta la vita. Quando ridi, quando racconti una barzelletta, la racconti da stuprato, ecco perché non bisogna consentirle queste violenze». Emozioni ineffabili che però hanno coinvolto e conquistato, trascinando i tanti presenti. Emozioni capaci di superare sapientemente il cinismo dietro cui si nascondono le maschere finte ma liberali del nostro tempo. Un incontro che Spirlì, di gran carriera, ha vivacizzato grazie alla sua innata capacità di essere un pezzo unico, non poteva essere altrimenti. Dopo i successi Berlinesi e in giro per l’Italia, il Diario di una vecchia checca – unicum letterario, chiamato questa volta in soccorso di una serata che Wladimiro Luxuria ha tentato invano di rovinare – ha conquistato, ancora una volta, Milano. Nino Spirlì, calabrese e romano d’adozione, ha fatto innamorare ancor di più i fan accorsi per ascoltarlo, sentendo con il cuore tutto l’universo, tra i tanti universi, che solo Spirlì, sempre illuminante, poteva svelare.