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Il Natale ai tempi del Covid e le similitudini con la guerra

di Antonio Vulcano

Carissimi amici, voglio portarvi a fare un viaggio a ritroso nel tempo per confrontare ansie e solitudini del presente con un nostro non lontano passato: il Natale del 1942.
Chi lo ha vissuto, non c’è più; chi è venuto dopo, lo ha sentito dalla viva voce dei protagonisti o appreso dai libri, edulcorati nel racconto dei momenti più tragici della nostra storia.

Io, appartengo alla prima categoria ed i ricordi di un tempo, oggi, mi sono apparsi ancora più ravvicinati, dalla lettura di un libretto: Soccorso alle famiglie dei militari richiamati o trattenuti alle armi, custodito insieme a tante cianfrusaglie inutili come solo i nostri vecchi sanno fare. È il secondo anno di guerra, tanti sono partiti; sono richiamate alle armi le classi del 1916/17/18; rimasti le donne, i bambini, i vecchi. Viene dato un piccolo sussidio alle famiglie che hanno un congiunto richiamato. Poche lire,8/giorno, circa 2 euro di oggi, riscosse alle poste ogni 15 giorni. Il 19 dicembre è il giorno della riscossione; timbro…! e via…, per non comprare neanche un tozzo di pane.

Nessuno sa che proprio quel giorno inizia la ritirata dell’ARMIR raccontata, postuma, da Mario Rigoni Stern nel bellissimo libro il sergente nella neve. Non c’è nulla da festeggiare, nelle case dei richiamati; il focolare è il punto di raccolta attorno al quale ci si raccoglie, ognuno con i propri pensieri, interrotti dalle notizie, che vengono riportare, per sentito dire… da… sulle ultime notizie dai vari fronti: Grecia, Albania, Africa, Russia. La radio è un lusso che in quei tempi nessuno poteva permettersi, tanto meno le famiglie di contadini.

Alla luce incerta del fuoco e della “dera”, il nonno reduce dalla I guerra dice la sua ma allo stesso tempo è cosciente che questa è una guerra diversa perché è una lotta tra giganti e noi siamo dei nanerottoli che presto verranno schiacciati pagando un prezzo altissimo in termini di vite, di macerie umane e morali. La tavola da contadino, imbandita, porta le poche cose della tradizione e della campagna, perché lo sguardo e il pensiero sono su quella sedia vuota su cui si posa spesso lo sguardo della donna per esorcizzare la paura della perdita del padre e del marito.

Si va alla messa di mezzanotte per pregare e chiedere; le preghiere si perdono e si confondono in un bisbiglio diffuso, sussurrato; ora pro nobis mescolato con le notizie fresche arrivate con un venditore di sale di Lungro; perdite considerevoli sui vari fronti, terrestri e marittimi, mescolate ai soliti” vinceremo” a cui, ormai, nessuno crede più.

La guerra non è passata da Bocchigliero se non per il suo contributo di sangue; non ha prodotto macerie e rappresaglie come nei comuni del Nord ma ha lasciato il suo carico di lutti e di dolori. 26 bocchiglieresi non fecero più ritorno, sepolti o dispersi in lande desolate e sconosciute.

Per tornare all’incipit di questo breve racconto, credo che la nostra storia ci debba far vivere meglio il presente con le paure che non sono confrontabili, con i disagi che non sono gli stessi; quello che ci accomuna e che provoca lo stesso sentimento di dolore è la perdita di tante vite come se la guerra passata si fosse dimenticata di portarsi via, ad oggi, circa sessantamila persone.