Unical, il brigantaggio, tra violenza criminale e illusione sociale

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La conferenza internazionale di studi per il bicentenario della nascita dello scrittore e francescano italo-albanese Francesco Antonio Santori, ha ospitato, ieri pomeriggio, presso l’Università della Calabria, la presentazione del volume “La guerra per il Mezzogiorno”, del professor Carmine Pinto, edito da Laterza.

Un libro da leggere, come evidenziato dal professor Carlo Spartaco Capogreco, moderatore dell’incontro, che offre un originale e convincente sguardo analitico, sorretto da un rigoroso lavoro di ricerca ed elaborazione storiografica a carattere scientifico, su uno dei periodi e in merito a uno dei fenomeni più complessi della nostra Storia nazionale: il periodo segnato dal fenomeno, che Pinto, acutamente, indica con la costruzione verbale “guerra di brigantaggio”, pertinente a quel conflitto che insanguinò l’ingresso del Meridione nel processo unitario, protraendosi per un decennio. Uno sguardo limpido, depurato da ogni anacronismo interpretativo, ideologico e concettuale (nel cui alveo prospera la pubblicistica revisionista e neoborbonica) e di cui il professor Pinto ha offerto, nel corso della presentazione, un appassionato saggio, rispondendo alle numerose sollecitazioni degli astanti e tratteggiando i caratteri, secondo i crismi maggiormente congrui a offrirne una lettura il più possibile verosimile, assunti dallo scontro politico e armato a cui l’autore nel libro si riferisce quando scrive di “guerra per il Mezzogiorno”; guerra che fu il risultato dell’incontro tra la Rivoluzione nazionale italiana, contro i vecchi Stati preunitari, e il conflitto politico tra meridionali, tra progetti di Stato e visioni della società opposti, trascinantesi da tempo, sin dalla fine del ‘700, quando in seno alla società del sud si era determinata la frattura tra repubblicanesimo e sanfedismo, e che non aveva trovato alcuna soluzione, alcuno spazio di negoziazione, stante il radicalismo del borbonismo politico, perdurante anche nella fase decisiva, dal 1848 in poi, del processo coronato dall’Unificazione italiana.

Un radicalismo che, impedendo ogni apertura verso le istanze liberali presenti in vari settori della società meridionale, rese la congiuntura, in cui si sviluppò la transizione tra vecchio assetto e nuovo orizzonte, alquanto turbolenta, per adoperare un eufemismo. In altre parole, un conflitto insoluto diede all’ingresso del Mezzogiorno nell’ambito della Rivoluzione nazionale italiana una connotazione, assente in altri contesti italiani, di originalità, in cui, ha spiegato ieri Pinto, “la rivoluzione italiana assorbì questa guerra tra meridionali; guerra, questa tra meridionali – tra meridionali unitaristi e meridionali borbonici – che, però, finì per condizionare la rivoluzione italiana. Nello specifico, la guerra che insanguinò il Mezzogiorno, nel decennio successivo alla venuta dei Mille, fu una guerra in cui non poteva esserci negoziazione tra coloro i quali, nella fattispecie i nazionalisti e unitaristi italiani, non potevano concepire un’Unità senza il Mezzogiorno, e quelle categorie, ovvero i borbonici e i briganti a cui i borbonici avevano offerto una bandiera politica, le quali senza il Mezzogiorno, senza quel Mezzogiorno, non potevano sopravvivere, né come figure politiche, né come soggetti sociali. Una guerra il cui risultato era già scritto e a cui, immediatamente, venne associato il nome di brigantaggio, indicante un fenomeno di violenza organizzata diffuso in tutte le realtà rurali”.  Quando questa violenza organizzata, nella storia, ha incontrato la politica, venendo strumentalizzata dall’interesse politico, essa ha assunto le forme, tipiche dell’antico regime, di un disperato tentativo di promozione sociale. Posto questo, emerge in maniera cristallina ciò che si venne a determinare nel Mezzogiorno tra il 1860 e il 1870 e che, oggi, ci permette, secondo Pinto, di focalizzare la natura propria del brigantaggio postunitario: una forma di resistenza politica armata, organizzata e voluta dai decaduti regnanti borbonici, avente tratti quasi esclusivamente criminali, priva di capacità operativa dal punto di vista prettamente militare e, perciò, in grado di colpire soprattutto elementi della stessa società meridionale; un fenomeno criminale politicizzato, insomma, costituente un’eredità dell’Antico Regime e un tentativo, o meglio, l’illusione di determinare una nuova modernità della lotta politica nel Mezzogiorno, desunta da un mito successivo all’Antico Regime, alimentato e utilizzato, fino all’epoca di Ferdinando II, dalla monarchia borbonica, la quale era adusa a scendere a patti, per scopi politici, con quei soggetti, i briganti, appunto, che del crimine erano professionisti e che serbavano il sogno di giungere alla loro promozione sociale attraverso l’appoggio fornito al re. Una lettura di spessore, quella di Pinto, che rende onore all’onestà intellettuale di chi vuole analizzare e comprendere i processi storici sulla base della loro specifica collocazione temporale, dei valori e delle prospettive dell’epoca in cui essi si sono sviluppati, senza appesantirli con elaborazioni e giudizi filtrati da campanili, appartenenze, ideologie estranee all’ambito di riferimento e foriere di taluni equivoci ottenebranti l’intelligibilità del nostro passato, e anche del nostro presente… e del futuro, oltre che della nostra identità.

Pierfrancesco Greco

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