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La Calabria … tra città e (in)capacità “iconiche”

di Pietro Paolo Guzzo(*)

La sgangherata e recente vicenda EasyJet segnala — tanto nella prima fase di razzismo ignorante che nella seconda di frettolosa e “naif”   retromarcia — come la Calabria, piaccia o meno, possa essere, convenzionalmente, vista dall’estero. Si afferma, tra l’altro,  che la Calabria è priva di “città iconiche”. Che cosa si può intendere con questa, per certi versi, fumosa e misteriosa espressione?

La nostra regione non è certamente priva di città storiche, veri e propri scrigni di tesori artistico-architettonici dalle profonde radici culturali, anche nei loro diversi angoli naturalistici, spesso ignoti a molti corregionali. In questo primo senso la Calabria non soffre certo di deficit iconici.

Né  in  Calabria  manca  uno  sforzo  (collettivo  ed  istituzionale)  di  progettazione,  realizzazione     e comunicazione (anche istituzionale) di percorsi turistici capaci di attrarre, con intelligenza e raffinatezza, i turisti dai gusti più diversi. Dunque anche in questo secondo senso la Calabria non manca di iconicità.

Stenta invece a decollare una cabina di regia  che, per  esempio, ponga a mano alla piena integrazione logistica tra turismo e trasporti (aerei-ferroviari-su gomma), nonostante commendevoli ma isolate iniziative imprenditoriali locali e timidi risvegli istituzionali. Anche il protagonismo, talvolta effervescente,  delle diverse aree socio-antropologiche calabresi non sembra sempre affluire efficacemente nel sistema di beni museali e culturali regionali. Il sistema sanitario regionale, fortunatamente solo sfiorato dalla pandemia di Cov-Sars2, richiede manutenzione attenta se non una rifondazione complessiva. C’è poi da recuperare un clima generale di co-progettazione e valutazione condivisa delle diverse politiche pubbliche e sociali.   In questo terzo possibile significato sembrano affiorare aspetti  di  una,  quantomeno,  insufficiente  capacità iconica.

Che fare? Non ci sono ricette facili o bacchette magiche. Ecco solo alcuni spunti di riflessione. Si potrebbe, per  esempio,  riannodare i  fili  dell’associazionismo  socio-culturale calabrese  in un progetto,  ampio  ma concreto, di social innovation dal basso, che sviluppi, ad es., piattaforme di turismo sociale dedicato (ad es. quello per disabili).Il sistema sanitario regionale calabrese richiede certezza di risorse (umane e finanziarie), ma soprattutto di progettualità concreta, stabilità di governance  e continuità della valutazione.

Mettere poi a sistema, senza ritrosie e diffidenze campanilistiche, le numerose eccellenze e buone pratiche di ricerca degli atenei calabresi nei settori  e nelle aree ritenute chiave per un nuovo disegno di sviluppo regionale nell’era del coronavirus.

Rispondere, anche noi, all’ignoranza e al pregiudizio estero con cartoline folcloristico-oleografiche non serve.  Bisogna  invece partire  dall’analisi  accurata  dei  nostri  “guasti”,  delle  dinamiche  criminali,  delle disuguaglianze sociali amplificate dalla poli-crisi pandemica (nella visione di Edgar Morin). In Calabria non sono mai mancate intelligenze, competenze, talenti come dimostrano, purtroppo, i nostri molti professionisti all’estero. Riconoscere i  nostri ampi margini di miglioramento e le nostre concrete capacità di soluzione è l’unica strada per dismettere le consuete geremiadi antimeridionaliste. Proprio quelle che, nonostante le rilevanti difficoltà in cui da sempre ci muoviamo, finiscono per alimentare indifferenza e auto-giustificazione del disimpegno, rafforzando così proprio quei pregiudizi anticalabresi che tutti, almeno a parole,  vogliamo combattere.

(*) già Professore a contratto di Politica sociale dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro.