Lun 6 Dic 2021
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“Fattoria Brigantesca”: dalla leggenda di Robin Hood al suino nero di Calabria

di Anna Zupi

Rosaria Talarico è la giovane imprenditrice che con molto coraggio ha deciso di metter su la sua azienda a Fiego (Lamezia) ripercorrendo un’antica storia familiare: lo zio brigante! Dopo aver chiesto un finanziamento europeo ed esser stata messa a dura prova nel periodo di lockdown, Rosaria oggi si occupa di suino nero di Calabria e ne è portavoce nella comunità Slow Food.

Fiego – Fattoria brigantesca nasce grazie al recupero di una storia familiare e un finanziamento europeo. Durante il periodo di lockdown cosa vi ha più spaventati?

La Calabria è stata tra le regioni meno colpite da Covid19, direi che sono altri i contesti in cui è più appropriato parlare di paura. Inoltre nella Sila Piccola, la zona montana in cui si trova l’azienda, il distanziamento fisico è sempre esistito: ci sono solo greggi e boschi per chilometri. Più che paura ho pensato che finalmente potesse esserci un’opportunità per far scoprire le zone interne della Calabria: i laghi, il cibo genuino e i ritmi rilassati dei paesi. Una fonte di preoccupazione è stata aver dovuto interrompere i lavori di ristrutturazione edilizia (perché le ditte erano obbligate alla chiusura) e questo ha comportato dei ritardi sulla tabella di marcia. La parte agricola invece è andata avanti con la cura del noccioleto appena impiantato nell’ambito del Progetto Nocciola Italia di Ferrero e che era pronto al risveglio primaverile. La natura non aspetta e non si ferma, neanche per il Covid!

Come avete impiegato il periodo di quarantena?

Pianificando le attività social e la strategia digitale, che è sempre più centrale nella vita di un’azienda. Mi sono iscritta al corso di social media training di Luca La Mesa per affinare le tecniche in questo ambito. Poi mi sto dedicando a promuovere la mia community, il gruppo che ho fondato su Facebook che si chiama Volere è podere… dedicato al mangiare sano, alla riscoperta del turismo lento e delle tradizioni locali, all’agricoltura sostenibile. Tutte cose diventate molto di moda con il Covid19… solo che il gruppo esiste già da due anni!

In cosa consiste il vostro progetto e quando sarà pronto?

È un allevamento di suino nero di Calabria allo stato semibrado con annesso salumificio, che io ho chiamato “rurale artigiano” per sottolineare la tradizione che da sempre è viva in questi luoghi della Sila, dove ognuno alleva “u puarcu” per avere la provvista di salumi fatti in casa. Prelibatezze di sapori antichi che vorrei far conoscere al di fuori della Calabria (e anche dell’Italia!) dove sono abituati ai salumi industriali, anche quando c’è scritto “vera sopressata calabrese”… I maiali neri, grazie alla loro natura selvatica non vivono in stalla, ma grufolano liberi rotolandosi nel fango e mangiando ghiande, patate e radici. Erano a rischio estinzione fino a qualche anno fa perché il loro accrescimento lento li rende meno redditizi commercialmente, ma la qualità della carne non ha paragoni. Sono gli unici salumi ad avere un grasso “buono”, che contiene gli Omega-6.

Come mai hai scelto il nome “fattoria brigantesca”?
Per onorare la memoria del famoso brigante Giosafatte Talarico: un lontano avo, una sorta di Robin Hood della Sila. Nell’Ottocento è stato il terrore di queste montagne, ma anche il più tenace difensore dei deboli.
I briganti infatti, nonostante l’ingiusta fama che ancora li circonda, erano guardiani del territorio. Proprio come lo sono gli agricoltori. Difendevano sé stessi e i paesani dagli invasori e dalle ingiustizie, che altrimenti sarebbero rimaste impunite. In fondo è una dimensione che mi era propria già nel modo di concepire il giornalismo e la sua funzione sociale ed etica.

Brigantesca quindi è una filosofia aziendale, nel senso di non piegarsi di fronte ai soprusi, soprattutto quelli dei burocrati: la vera minaccia allo sviluppo della Calabria e dell’Italia. Un ritardo nel lavoro di una pratica, un diniego frutto di ignoranza e superficialità sono comportamenti da punire perché arrecano gravi danni alle imprese e al tessuto produttivo calabrese. Un tuo diritto viene fatto passare per favore: è quello che non sopportavo quando me ne sono andata dalla Calabria. Oggi se possibile sono ancora meno tollerante e più implacabile verso chi non fa il proprio dovere ed è pagato per essere al servizio del cittadino. Qualcuno mi ha detto che il logo scelto per l’azienda (il pugnale dei briganti, per l’appunto) fosse un po’ forte. Io invece l’ho trovato perfettamente adeguato. Meglio tenere affilata la lama, oltre alla lingua.

Quali sono le difficoltà che hai dovuto affrontare?
La Calabria ha due gravi problemi: l’ignoranza e la presunzione, specie di coloro che non hanno mai messo il naso fuori regione, lavorativamente parlando. Vivono quindi nella convinzione di essere i migliori, perché incapaci di un confronto con le vere eccellenze. Comodo così, no? Gli ignoranti purtroppo raramente hanno consapevolezza di esserlo. E scambiano la competenza altrui per arroganza.

 

Questo ha da sempre impedito in Calabria qualsiasi forma di aggregazione, dalle cooperative ai consorzi che altrove hanno prodotto enormi risultati in termini di sviluppo economico e sociale. Qui da noi invece non c’è miglioramento perché vige la regola del “sacciu tuttu iu”: so tutto io, i miei prodotti sono i migliori, il mio modo di gestire è infallibile… ma prima o poi arriva lo scontro con la dura realtà del mercato. Occupandomi di un settore che non è il mio, sono tornata a scuola: a studiare e imparare da chi ne sa molto più di me.

 

Bisognerebbe aumentare la collaborazione fruttuosa con l’università (ingiustamente ritenuta il luogo del sapere teorico e inutile per le aziende). Qui bisogna scontare la “colpa” di aver studiato perché vuol dire non saper “fare”. Invece fattoria deriva proprio da questo verbo. Ma vorrei che a fare fossero tutti, ciascuno in base alle proprie competenze e non improvvisandosi professori in materie di cui a stento balbettano il nome.

 

Da poco per esempio è stata ufficializzata la nascita della comunità di Slow food sulla tutela e valorizzazione del suino nero calabrese che raggruppa allevatori e ricercatori universitari per fare squadra. Promossa proprio da un accademico, Francesco Foti, docente alla facoltà di Agraria dell’università di Reggio Calabria e dalla Condotta Slow Food Versante dello Stretto e Costa Viola.

 

Io ne sono stata nominata portavoce, a titolo gratuito. Un onore per la mia carriera di comunicatrice essere la portavoce dei porci: un bel passo avanti rispetto a lavorare per certi politici rozzi e ingrati!