A cura di Serena Viapiana, Associazione di Volontariato Mammachemamme
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Messaggi da sconosciuti, immagini e video personali divulgati senza consenso, sfide lanciate sul web che mettono a repentaglio l’incolumità dei minori. Questi, sono solo alcuni dei rischi in cui i giovani (in particolare di età inferiore ai 18 anni) incorrono utilizzando in maniera “scorretta” o poco informata i Social Network.
Cerchiamo di capire il contesto.
Nel 2018 entra in vigore il regolamento relativo alla protezione dei dati personali della persona minorenne sulla rete internet. Il d.lgs. 101/2018 stabilisce che “I minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi e delle conseguenze”, e prevedendo la liceità del trattamento a partire dai 14 anni. Ciò comporta una responsabilità per i gestori delle società dell’informazione nell’appurare la veridicità dell’età, responsabilità che tuttavia non pare essere sufficiente. Da una importante ricerca, infatti, è emerso che più di 1/3 dei minorenni tra i 9 e i 12 anni possiede un profilo personale su un social, la quale dimostra che, al momento dell’iscrizione, vengono forniti dati anagrafici fittizi per bypassare i limiti d’età in realtà consentiti.
Ma vediamo cosa comporta ai tempi d’oggi, utilizzare queste piattaforme digitali, non curanti di cosa si “condivide” e soprattutto con chi.
Un’eccessiva ed incontrollata divulgazione delle proprie informazioni (quali nome, indirizzo, foto ecc.) conduce, quasi inevitabilmente, ad imbattersi in diversificati pericoli nascosti in rete. Primo fra tutti, il Cyberbullismo, fenomeno altamente in crescita tra i più giovani, definibile come quel comportamento attraverso cui un individuo o un gruppo, divulga immagini, video, informazioni personali senza consenso, al fine di schernire, diffamare, minacciare la persona offesa, arrecandole così un danno sia sul piano psicologico che sociale.
Un altro rischio è rappresentato dalla Pedofilia online, comportamento messo in atto da pedofili i quali grazie alla tecnologia, reperiscono facilmente materiale pedopornografico per scambiarlo o condividerlo in piattaforme di categoria, e ancora entrando in contatto con bambini ed adolescenti.
Le immagini dei nostri ragazzi rischiano poi di cadere nelle mani sbagliate: raggirati da sconosciuti attraverso specifiche tecniche di persuasione, possono essere spinti a condividere materiale intimo, accedendo così nel circuito della Pedopornografia Online.
Un altro fenomeno è il Grooming, dalla parola inglese “to groom”, sta ad indicare il “preparare” o “allenare” qualcuno al fine di raggiungere un determinato scopo. In particolare il child-grooming si può definire come una “tecnica psicologica utilizzata per l’adescamento di minori in rete”, con cui il potenziale abusante cura e manipola la propria vittima minorenne, inducendola a fidarsi di lui superando resistenze e diffidenze dello stesso, al fine di indurlo a scambiarsi materiale pedopornografico, o procurarsi un incontro.
Arriviamo infine alle cosiddette Challenge, sfide di diverso tipo diffuse su internet con conseguenze talvolta fatali. Un esempio di cui ultimamente si parla è il caso Jhonatan Galindo, che ha portato un bambino di 11 anni al suicidio dopo essere entrato “per gioco” nella rete dell’istigatore; così come la famosa challenge Blue Whale, che spingeva chiunque decidesse di seguirla, a gesti autolesionistici, fino a giungere all’ultimo livello che comportava il lanciarsi da un edificio.
I fenomeni sopracitati sono parte di una cultura della tecnologia che scorre talmente veloce da non riuscire a tenere il passo. Cosa fare allora? Sicuramente PARLARNE! Informarsi! Essere i primi, come genitori, nel tutelare i nostri figli. Non lasciamo che entrino in contatto già da piccolissimi con questi strumenti; non gettiamoli nella morsa del web, consegnando nelle mani di estranei immagini e informazioni che dovrebbero rimanere personali. Se non dovessimo riuscire nell’intento, allora stiamogli vicino. Ma se li reputiamo abbastanza maturi da poter navigare autonomamente, allora lo saranno anche per prepararli e per informarli sui rischi che possono trovarsi di fronte. Spieghiamo loro l’importanza della propria riservatezza; raccontiamo nei giusti termini chi può nascondersi in realtà dietro uno schermo. Cosicché possano prepararsi, possano percepire il pericolo e soprattutto possano avvertirci, senza paure, senza vergogna.
Il nuovo Regolamento, ha in sé delle innovazioni, ciò che appare controversa è la decisione di attribuire la responsabilità del trattamento dei propri dati ai minorenni, quando la nostra stessa legge nonché la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, prevede il raggiungimento della capacità di agire ai 18 anni; pare dunque non essere adatta alle conseguenze che invece questi ragazzi si trovano ad affrontare.
*Assistente Sociale Specialista
Regolamento 679 del 26 aprile 2016 (GDPR – General Data Protection Regulation) relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. Condotta da EU kids online.



