Sab 17 Apr 2021
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Montalto Uffugo, Etika: “Costruiamo un futuro per la Calabria”

Amore, odio, gioia, dolore, orgoglio, vergogna sono sentimenti ed emozioni che i calabresi conoscono bene; abituati a vivere sulla soglia del paradosso, quel dolceamaro zeppo di contraddizioni che caratterizza questa terra, in cui si spara al vicino e si accoglie lo straniero, dove gli estremi si attraggono e coesistono in una maniera che neanche gli stessi calabresi riescono a trovarne logica. Figurarsi gli osservatori, politici o intellettuali, che, con estrema ratio, definiscono la Calabria quale terra di mala, ‘ndrine e atavica ignoranza, o al contrario, una terra sventurata, vituperata o depauperata da un complotto ordito dai tempi di Cavour. Neo-borbonici o mafiologi che siano, questa intellighenzia con cotanta superficialità etichetta e biasima, senza proporre mai uno squarcio di realtà, un granello di verità che per quanto vergognosamente cruda sia, possa dare l’opportunità ai calabresi di guardarsi allo specchio, di poter responsabilmente discernere il bene dal male senza scadere nel melenso buonismo con cui troppo facilmente si perdona: racket, narcotraffico, abusivismo, clientelismo, familismo, corruzione, collusione, massomafia, voto-di-scambio. Tutto inteso come una mascalzonata o quantomeno un peccato veniale così comune da non destare stupore, se non addirittura la rivincita di una terra ingiustamente depredata. Una casta sventatezza che sarebbe poi corroborata da coloro i quali, al contrario, accusano e drammatizzano la portata di certi fenomeni mafiosi, facendo della ‘ndrangheta l’unica salienza culturale dei calabresi, condannati per loro stessa natura a delinquere e ammazzare, seguendo inesorabilmente uno spartito genealogico di lombrosiana ispirazione.

Di questi aperti contrasti ne vive la stessa classe politica locale e non, abituata a marciare su questa soglia, disprezzando i calabresi ma amando i loro voti; gente da infinocchiare o da cooptare a seconda delle opportunità che la contingenza socioeconomica propone. Senza aver mai proposto una visione di medio o lungo periodo (fosse mai una visione), una qualsiasi scelta responsabile per le generazioni future, ormai troppo abituate a guardare altrove, a pensare che la propria terra sia senza né speranza né virtù, a vergognarsi del proprio sangue impuro, sporco di calabresità; salvo poi ostentare la propria patria quale regno di autenticità e sincerità tutta da scoprire, seppur con docile ammirazione, come giustamente si addice a una terra ‘esotica’ come la  Calabria. Già, non solo politici o giornalisti, sono gli stessi calabresi i principali attori di questa liminalità compulsiva, di questo sangue che scorre nelle vene rinsecchite dalla malinconia e dalla rabbia che si provano ogni volta che si scorce lo scheletro di un palazzo mai finito, i rottami di un opificio dismesso sulla costa o un cumulo di rifiuti buttati ai lati di un viadotto silano. Una gioia e un disprezzo che si fa fatica a contenere, a gestire, che offusca la mente e gli occhi, senza, dunque, offrire la possibilità di guardare allo specchio, ma solo di scappare verso un ‘altrove’ che non sa di Calabria, sa di qualcos’altro che ben presto copre gli accenti e gli stili di vita, i quali vengono solo rinvigoriti dal ‘pacco’ che arriva da giù.

E quando qualcuno ci toglie le mani davanti agli occhi, così come ha fatto il prof. Cersosimo, ci rendiamo conto di quanto sia nuda la nostra Calabria. Vergognosamente così nuda davanti al tempo che scorre, di promesse fatte e mai mantenute, di speranze mai avanzate e risucchiate nell’oblio della sfiducia che spinge fin troppi a emigrare.  E così, il noto economista calabrese ci pone davanti all’ennesimo ossimoro di una terra che deve riemergere per forza, ma che non sembra di poterci riuscire. Il Covid-19, in questo senso, non va visto come una punizione divina caduta dal cielo, quanto piuttosto un catalizzatore di tutte le contraddizioni e le fragilità che, da fin troppo tempo, la Calabria e i calabresi si portano dietro, tra cui spicca la condizione di un tessuto socioeconomico al collasso dove disoccupazione, sommerso, arretratezza culturale e tecnologica costringono i più a rivolgersi all’unica vera fonte di ricchezze (sussidiarie) della regione, la politica. Per non parlare del livello minimo dei servizi essenziali e delle infrastrutture – ben al di sotto della media nazionale (vedi la disastrata sanità calabrese) e in aperta violazione dei principi di uguaglianza – la cui fruibilità sembra essere un privilegio appannaggio di pochi, piuttosto che un diritto sancito dalla Costituzione. È proprio così, dunque, che la politica diviene il padre/padrone delle fortune e delle sventure dei calabresi, allocando risorse in base alle percezioni particolari dei politici, tralasciando, troppo spesso, il perseguimento del benessere collettivo. Una politica che anche a livello centrale ha deciso di investire e distribuire fondi altrove, lasciando fuori da qualsiasi piano organico di sviluppo nazionale la Calabria, segnandone di fatto il destino in quanto terra esotica e marcia, ergo irrecuperabile, cui additare le sfortune sue e quelle degli altri: spunta troppo spesso in certe inchieste della [new-pop] magistratura l’ormai indissolubile binomio del calabrese/‘ndranghetista che ruba, uccide, truffa e lacera gli innocenti e ignari ‘altri italiani’.

In quest’ottica, il Recovery Plan sembra una chimera o una panacea di tutti i mali, se il governo a trazione padana, decidesse di convogliare delle risorse un po’ anche giù, verso la punta dello Stivale, dove, purtroppo, ci sarà già qualche losca figura a sfregarsi le mani. Ma i soldi europei non basteranno, non sono bastati finora, anzi, sono spesso avanzati. C’è bisogno di uno scatto in avanti, di una nuova ammissione di responsabilità che proponga di riscrivere le pagine di questo libro di cui sembra già conoscersi la fine. Questo deve passare da tutti, calabresi e non, ma per primi deve riguardare una   classe politica troppo spesso abituata a vivere nel solco delle contraddizioni, usando le elezioni come pretesto per spartirsi soldi e potere. È necessaria una nuova stagione politica, che coinvolga le generazioni più giovani, che proponga una nuova cultura politica e una nuova grammatica del confronto/dialogo, prescindendo dall’arrivismo o dal fanatismo con cui troppo facilmente si guarda alla ‘cosa pubblica’. Responsabilità, onestà e fiducia dovranno rappresentare l’ossatura di questa nuova fase. Noi di Etika ci proponiamo di poter far parte di questo nuova politica, guardando con speranza al futuro tutto da scrivere e di cui noi stessi siamo i protagonisti. Ma vogliano che non sia solo la nostra associazione a esserne promotrice, ma tutta la società civile della regione. Le potenzialità ci sono, lo sappiamo, ce l’hanno sempre detto, ma queste sono lettera caduta se non sono corroborate da un rinnovato spirito civico, che riveda dalle basi il rapporto cittadino/politico, verso una dimensione collettiva ed etiKamente più responsabile. Con fin troppa facilità stiamo delegando le responsabilità e gli oneri di quel che accade oggi alle generazioni future; noi vogliamo dire basta a tutto ciò; con Etika, vogliamo che tutti e tutte si assumano la responsabilità del nostro avvenire, qui e ora, la Calabria può e deve avere un futuro di cui essere fieri.