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Mascherine: da protezione a problema ecologico. Sempre più quelle gettate in strada

Tra i tanti problemi che l’emergenza del coronavirus si trascina con sé c’è il corretto smaltimento dei dispositivi di protezione. Nonostante l’Istituto Superiori di Sanità (ISS) abbia dato delle direttive chiare su come e dove buttare le mascherine, l’abbandono sempre più frequente dei dispositivi di protezione per strada sta divenendo un enorme problema sanitario ed ecologico.

Oramai è diventata quasi una consuetudine ammirare questo tipo di cartoline!

Sicuramente chi abbandona questo tipo di rifiuto per strada evidentemente non comprende a pieno la pericolosità della situazione che al di là dei tecnicismi, è un’assoluta questione di senso civico e di educazione.

L’allarme arriva dal  team dei “dottori antibufale” di Dottoremaeveroche, il sito della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Fnomceo che per la sua analisi parte dal dato di OceansAsia, organizzazione per la conservazione marina: “nell’ultimo anno i nostri oceani sono stati inondati da circa 1,56 miliardi di  mascherine“.

E Fnomceo pone una domanda: le mascherine, che, da due anni a questa parte, sono diventate nostre fedeli compagne di vita, riparandoci dal Covid, possono diventare un rischio per l’ambiente? Se non correttamente smaltite, sicuramente sì. Il problema non dovrebbe porsi per strutture sanitarie e luoghi di lavoro che per lo smaltimento delle mascherine debbono attenersi a quanto previsto dal Ministero della Salute ma sicuramente esiste nella quotidianità dove il buonsenso e la civiltà spesso perdono la battaglia con la maleducazione. E la mascherina usata viene abbandonata come una carta di gelato in strada.

Al centro dell’attenzione le microplastiche: particelle piccolissime che derivano dalla degradazione delle fibre di plastica, prevalentemente polipropilene, di cui  mascherine e guanti sono composti. Ma anche da trattamenti industriali e dalle nostre attività quotidiane, come il lavaggio dei tessuti sintetici e le microsfere dei dentifrici, dei cosmetici e dei saponi. E che mangiate dai pesci e dalle altre creature marine finiscono direttamente nella nostra catena alimentare. Secondo una recente analisi patrocinata dal WWF, ciascuno di noi arriverebbe a ingerire in media cinque grammi di plastica ogni settimana, l’equivalente del peso di una carta di credito.

Dalla degradazione delle mascherine utilizzate derivano poi sostanze come bisfenolo A, metalli pesanti e microrganismi patogeni, che accumulandosi potrebbero avere degli impatti negativi indiretti su piante, animali e esseri umani. E, ancora, agenti chimici – come l’acido perfluoroottanoico (più noto come Pfoa), vietato a livello globale con la Conferenza di Stoccolma appunto per la tossicità e la capacità di dispersione, con l’unica eccezione per il trattamento di prodotti sanitari – che, quando vengono inceneriti, rilasciano inquinanti molto tossici e pericolosi come le diossine. Queste sostanze, come conferma anche il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, se disperse nell’ambiente o gestite in maniera scorretta a fine vita, sono causa di un inquinamento molto esteso e pericoloso: possono contaminare falde, suolo e aria.