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“Otto&Nove – Fora Maluacchiu”, una boccata di cosentinità. Standing-ovation per lo spettacolo di Francesco Repice

Otto&Nove – Fora Maluacchiu“. Al Rendano in scena lo spettacolo di Francesco Repice – telecronista RAI – realizzato insieme ai giornalisti Francesco La Luna e Andrea Marotta, che questo pomeriggio presenterà a Palazzo dei Bruzi il libro “Lontano da me” (ore 17.30).

COSENZA – Una serata sicuramente da ricordare, quella di ieri, per tutti gli appassionati di calcio, ma in particolare per quelli appassionati del Cosenza. Un ricordo, una narrazione e un viaggio nella storia di due bandiere rossoblù (Denis Bergamini, l’8, e Gigi Marulla, il 9) che hanno segnato la vita di tutti i cosentini. Ma “Otto&Nove – Fora Maluacchiu“ – lo spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Rendano di Cosenza – non è stato solo questo. Attraverso il racconto di Francesco Repice e Claudio Dionesalvi il pubblico ha riscoperto la “cosentinità” del calcio; quella che da tempo forse manca e che pian piano dovrebbe tornare ad essere pietra miliare del tessuto sociale cittadino. Si, perché Cosenza, quella Cosenza “pallonara”, non è mai stata etichettata e mai potrà esserlo. Il calcio a Cosenza è qualcosa che va oltre i “22 scalmanati (o meglio 33) che inseguono un pallone“; non si limita “ara partita” e “aru risultatu” ma è un sentimento, un modo di essere e di vivere che accompagna i tifosi in tutte le cose. Capace di cambiare pensieri, stati d’animo e persino far credere nell’impossibile.

Due punti di vista ma una sola storia

A Repice il compito del ricordo di Denis Bergamini Gigi Marulla, interpretati da Daniele Palma e Valerio Iovene, ripercorrendo le carriere del numero otto e del numero nove rossoblù (dalla promozione del 1988 alla retrocessione del 1997 con l’importanza del tifo a fare da costante fil rouge) attraverso immagini, aneddoti e gesta integrando tutto alla perfezione nel contesto storico/sociale dell’epoca.

Francesco Repice
Francesco Repice

Claudio Dionesalvi un’ulteriore marcia in più allo spettacolo l’ha data narrando il punto di vista del tifoso (o per meglio dire Ultrà), di chi la domenica è assiepato sui gradoni per tifare e guardare la partita ma che in realtà è vero protagonista dello spettacolo. La voglia di cambiare le cose a fine anni settanta in una città sull’orlo del baratro, la voglia di riscatto, la crescita del movimento ultrà e tutto quello per cui a Cosenza – come detto – il calcio non è solo calcio, ma qualcosa di più. Un concetto il più delle volte difficile da raccontare e da spiegare ma che in realtà è più semplice di quel che si possa pensare. Una tifoseria capace di far innamorare la maggior parte dei giocatori transitati lungo le sponde del Crati e del Busento, un popolo accogliente, impegnato nel sociale e pronto a non voltarsi mai dall’altra parte. Questo è il cuore di Cosenza e del Cosenza, questo è il motore di una squadra che può apparire “sui generis” e che trova la sua forza nel tifoso, questa è la “cosentinità”.

A volte ce ne dimentichiamo e lo spettacolo di ieri forse è riuscito a riaprire qualche cassetto nella memoria dei più maturi e a far aprire gli occhi ai più giovani.

Uno spettacolo ritmato, emozionante e travolgente concluso tra gli applausi dell’intero teatro e i ringraziamenti di rito – tra gli altri – al regista Matteo Corfiati, al direttore di scena Simone Rota e a chi ha realizzato le immagini usate in scena Giuseppe Greco e Claudio Cartini.