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Una nuova guida, un Leone di pace, tra continuità, segni e prospettive …

di Pierfrancesco Greco

Nel tardo pomeriggio di giovedì scorso, quando ho sentito annunciare il nome pontificale scelto da Papa Prevost, pure io, come tanti, ho tosto pensato a Leone XIII, il primo Pontefice eletto dopo la fine del potere temporale, l’autore di un’enciclica, la Rerum Novarum, che condusse la Chiesa nella contemporaneità, portandola a confrontarsi con la complessità della società industriale, delle questioni sociali a essa afferenti, del dramma connesso allo sfruttamento dei lavoratori, del conflitto conseguente.

Certo, l’enciclica in questione, oltre a prospettare, ad auspicare una riforma sociale che ponesse rimedio alle ingiustizie, alle diseguaglianze del sistema padronale, condannava fermamente la soluzione socialista, indicando, quale strada maestra da seguire, una sorta di collaborazione tra classi e istituzioni, attraverso cui tenere insieme diritti e stabilità di una società da rinnovare ma non da superare, da migliorare ma senza andare oltre. Un’enciclica, quindi, lontanissima da una prospettiva politica e socio-economica autenticamente rivoluzionaria e, tuttavia, straordinariamente innovativa contestualmente alla dottrina della Chiesa Cattolica e che, a parere di chi scrive, si appropinquò alla riscoperta, e a una opportuna contestualizzazione rispetto ai tempi, dell’originaria vocazione universalistica del messaggio cristiano, da cui, nei secoli, l’istituzione ecclesiastica si era allontanata.

Un’enciclica che, dal 1891, anno in cui Papa Pecci la pubblicò, pose come prioritaria, nell’azione della Chiesa inerentemente alla società, l’attenzione alle “cose nuove” del mondo contemporaneo.

Rispetto ad allora, la Chiesa ha fatto ulteriori passi in avanti, nell’elaborazione della sua Dottrina Sociale; un’evoluzione che il pontificato di Papa Francesco ha ulteriormente sviluppato – cosa che è avvenuta pure in altri ambiti -, diventandone straordinaria testimonianza.

Una testimonianza questa sì rivoluzionaria, non è fuori luogo usare tale aggettivazione, che nella storia della Chiesa ha determinato un prima e un dopo, fin da quel “Fratelli e sorelle, buonasera,” che, in un attimo, ha aperto una nuovo tempo, una nuova epoca per la Chiesa universale, e per l’Umanità nel suo complesso, rispetto a cui sarà impossibile, è impossibile tornare indietro.

Ecco perché nell’udire il nome dato a se stesso da Prevost, di cui già conoscevo gli orientamenti pastorali e valoriali prossimi alle posizioni espresse e agli atti compiuti da Papa Francesco, anche a me è risultato agevole cogliere una premessa e una promessa di continuità tra i due pontificati; e questo al netto di alcuni particolari, tipo la mozzetta rossa, la stola ricamata, il rocchetto e la croce dorata con cui Papa Leone si è affacciato dalla Loggia; una scelta, questa, che, a mio parere, potrebbe celare un significato diverso da quel ritorno a un’esteriorità tradizionale che tanti hanno evidenziato e, in certi casi, auspicato.

Io do una lettura diversa, forse errata, però abbastanza plausibile: paradossalmente, il presentarsi con i paramenti tradizionali potrebbe essere stato un atto di deferenza e umiltà verso il suo gigantesco predecessore, il quale, 12 anni addietro, lasciando nella stanza delle lacrime la mozzetta rossa e il rocchetto, portando sul petto una discreta croce d’argento e indossando la stola ricamata solo al momento della benedizione, oltre a chiarire immediatamente, anche attraverso questi segni, la linea direttrice, refrattaria a schemi e sistemi precostituiti, del pontificato che stava principiando, oltre a evidenziare, con quel gesto, la volontà di iniziare fin da subito ad agire, con l’abito, per così dire, da lavoro – dismettendo l’abbigliamento da cerimonia -, nel ruolo di guida, in cui l’esercizio del potere è opera, deve essere opera di servizio, a cui i cardinali e – per chi ha il dono della fede – lo Sprito Santo lo avevano chiamato, ha palesato una personalità extra ordinaria, che lo ha issato, nell’immaginario collettivo, a simbolo inarrivabile di una Chiesa desiderosa di dare priorità all’essenziale ricchezza salvifica della Buona Novella e della speranza che dona senso a ogni attimo; può essere che la decisione di Prevost d’optare per i paramenti che hanno usato i predecessori di Francesco, risponda alla volontà di non ergersi immediatamente, dal punto di vista dell’immagine, sullo stesso livello del pontefice argentino, preferendo un approccio più personale, ma che, afferentemente agli orientamenti pastorali, non invertirà la rotta intrapresa dalla Chiesa in questa dozzina di anni.

D’altra parte, i trascorsi missionari di Prevost, che in Perù, dove è stato pure Vescovo, si adoperava personalmente nel servire i pasti ai reietti della società, che non esitava a sporcarsi nel fango e a camminare sul dorso di un cavallo, lungo i sentieri più impervi, per raggiungere anche i villaggi più sperduti, che volentieri si prestava a intonare una canzone natalizia, nonché altri segni, come le scarpe nere indossate, dopo la sua elezione, da Leone, che rimandano alla scelta, di forma e e sostanza, operata, a suo tempo, da Francesco al riguardo, sia certi atti legati alla devozione mariana accomunante Bergoglio e Prevost, il quale sabato, a sorpresa – come era solito fare Francesco, anche in circostanze non legate al culto – s’è recato a Genazzano, al Santuario della Madre del Buon Consiglio, retto dall’ordine di Sant’Agostino, e, subito dopo, nella Basilica di Santa Maria Maggiore – ove Papa Francesco si recò all’indomani della sua elezione, nel 2013, essendo quel luogo tanto caro ai gesuiti -, per portare una rosa bianca sulla tomba del predecessore e pregare davanti all’icona della Salus Populi Romani, nonché le numerose citazioni desunte dalle formule verbali di Papa Francesco, come il riferimento alla “terza guerra mondiale a pezzi”, espresso ieri mattina da Papa Leone in occasione del suo primo Regina Coeli, recitato, e inizialmente cantato, dalla Loggia di San Pietro, e, soprattutto, la volontà, espressa ai cardinali, dopo la sua elezione, di seguire uniti “La verità, la giustizia, la pace e la fraternità”, in ossequio al Concilio Vaticano II, e raccogliere così la vivida eredità di Francesco che, partendo dal contesto conciliare ha reso straordinariamente congruenti con i tempi che viviamo il messaggio dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium”, sono indicazioni chiare in ordine a ciò che caratterizzerà il suo magistero, con una Chiesa impegnata ad accogliere tutti e a offrire, ha dichiarato, “a tutti il suo patrimonio di Dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.

Tematiche che sono in simbiosi con alcuni principi cardine posti da Papa Francesco – il quale ha amato fino alla fine e che non aveva problemi a sentire “l’odore delle pecore, che dà anche un po’ fastidio, ma è proprio quello di cui il buon Pastore profuma”, come evidenziato nei giorni scorsi dal cardinale Matteo Maria Zuppi – a fondamento del suo servizio pontificale, quali “il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio (…), la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana; la crescita nella collegialità e nella sinodalità; l’attenzione al sensus fidei, specialmente nelle sue forme più proprie e inclusive, come la pietà popolare; la cura amorevole degli ultimi e degli scartati; il dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà (…). Raccogliamo questa preziosa eredità e riprendiamo il cammino, animati dalla stessa speranza che viene dalla fede”, ha affermato al riguardo, rivolgendosi ai porporati, Papa Leone.

Una dichiarazione d’intenti cristallina … Del resto, la stessa maggioranza del collegio dei cardinali elettori più numeroso di sempre, plasmato da Bergoglio all’insegna del multiculturalismo e della vicinanza alle periferie del mondo, ha chiaramente, e velocemente, indicato – pare grazie anche ai buoni uffici del cardinale Pietro Parolin – questa direzione, con un’elezione avente insita una chiara e, a mio parere, dirompente, valenza politica, finalizzata a seguire le orme di Francesco: laddove Bergoglio non ha avuto tentennamenti nel porre come elemento centrale del suo magistero, fin dalla scelta concernente il nome e fino all’ultima apparizione sulla Loggia di San Pietro, nel giorno di Pasqua, con “quella voce debole, ma sempre coraggiosa” – come ricordato da Leone XIV dalla Loggia medesima poco dopo la sua elezione -, la stella polare della pace, la vicinanza ai poveri, agli emarginati, ai migranti, agli ultimi, anche la premura inerente alla cura dell’ambiente e alle sue implicazioni sociali – trattate in maniera sublime nell’enciclica “Laudato si’ ” -, senza sottrarsi al confronto, sovente duro, con l’egoismo, la prepotenza, la grettezza del potere portatore di ingiustizia, ineaguaglianza, discordia e guerra, viene da pensare che i cardinali, designando, in questa fase di trumpismo imperante, come nuovo Vescovo di Roma questo frate agostiniano – già Priore generale di tale ordine -, americano di nascita ma cosmopolita per vocazione, azione – è stato, come già accennato, a lungo missionario, in Perù, ovvero in quel sud del mondo, “quasi alla fine del mondo”, evocata da Papa Francesco la sera della sua elezione – e anche background – ha origini francesi, spagnole e italiane, piemontesi e liguri, per l’esattezza, proprio come Bergoglio, oltre a possedere anche la nazionalità peruviana – abbiano inteso sfidare certe tendenze politiche, neo imperiali ed escludenti, con una figura che assurga, si potrebbe dire, proprio nel cuore dell’impero, a elemento di contraddizione spirituale e morale, capace, quindi di fronteggiare, arginare e, magari, anche ridimensionare le pulsioni di certe personalità troppo piene di sè, camminando nell’unità della Chiesa, guardando sempre verso l’orizzonte della Pace.

Pace: parola con cui ha esordito nel suo saluto nel tardo pomeriggio di giovedì, che ha ripetuto più volte e che non resterà una mera parola: piuttosto quella che cerca Leone XIV sarà “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, per l’Ucraina, per Gaza, per il mondo intero. “Mai più la guerra”, citando l’accorato appello lanciato da Paolo VI, nel 1965, alle Nazioni Unite, ha esclamato ieri mattina. Al riguardo, mi viene in mente un altro pontefice, accomunato a Prevost dal nome pontificale: Leone I, il quale, tra le altre cose che gli fecero guadagnare, tra i suoi contemporanei, l’appellativo di “Magno”, ebbe, nel 452 il coraggio e la forza di porsi sulla strada di Attila, in marcia verso Roma, parlando col re unno, guardandolo negli occhi, inducendolo, in qualche modo a desistere (o, quanto meno, favorendo il suo ripensamento) dai suoi progetti di saccheggio e distruzione, riuscendo, poi, tre anni dopo, nel 455, a trattare e a ottenere, in occasione del Sacco perpetrato nell’Urbe dai Vandali di Genserico, la salvezza della popolazione e la salvaguardia delle Basiliche di San Pietro, San Paolo fuori le mura e San Giovanni in Laterano, ove i romani trovarono rifugio. Ed è impossibile non ripensare, in proposito, alla fermezza, priva di ipocrisia ma carica di umanità, con cui Papa Francesco guardava alle tragedie del nostro tempo, chiamandole con il loro nome, senza tante perifrasi e riguardi verso certi potenti …

Insomma, nelle scelte e nei primi segni che hanno connotato l’ascesa al soglio di Pietro di Papa Leone XIV è arduo non scorgere qualcosa fuori dall’ordinario, quasi di profetico, ponente i due pontificati, quello appena concluso di Francesco e quello appena iniziato del suo successore – che giovedì ha riservato parole di somma gratitudine per il pontefice argentino – , su una linea direttrice priva di soluzione di continuità: la certezza nessuno di noi ce l’ha, però tutto fa pensare che Robert Francis Prevost, con questo cognome che sa di predestinazione, seguirà la strada tracciata da Jorge Mario Bergoglio – il quale, nel gennaio 2023, prima ancora di imporgli, nel settembre successivo, la berretta cardinalizia, lo aveva nominato Prefetto di un Dicastero rilevantissimo quale quello per i Vescovi, oltre a nominarlo presidente della Pontificia commissione per l’America Latina – , camminando, come ha affermato giovedì pomeriggio, in quel primo saluto che è stato una sorta di programma, “senza paura, uniti, mano nella mano con Dio e tra di noi”, andando “avanti” – ha detto proprio così, “avanti” -, verso le mete messe a fuoco negli ultimi 12 anni, verso un futuro di “pace”, in cui la salvaguardia della dignità di ogni uomo sia valore sacro, intangibile.

Le parole, adoperate da Papa Leone nel suo saluto di giovedì, nel corso della quale ha recitato la preghiera dell’Ave Maria insieme a quanti affollavano Piazza San Pietro, e durante la prima omelia del giorno dopo, fanno ben sperare e, ricordano, anche in certe immagini metaforiche, quelle pronunciate da Papa Francesco la sera di quel 13 marzo 2013, quando, in occasione del suo primo saluto, senza precedenti per forma e contenuto, ai fedeli disse: “E adesso incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza”, chiedendo, poco dopo, ai presenti e a quanti seguivano l’evento attraverso i mezzi di comunicazione di pregare per lui, come avrebbe fatto sempre, fino alla fine. Magari si paleseranno altre forme, si useranno altri codici, ma la visione universalistica, capace di accogliere tutti, di andare verso tutti con spirito missionario e di servizio costiuirà un “ponte”, mutuando un’altra espressione tanto reiterata da Francesco in questi anni e utilizzata da Leone anche giovedì, tra i due magisteri e verso l’umanità intera, proseguendo, inoltre, quell’opera, oltremodo impegnativa e delicata, di risanamento della Chiesa, intesa come istituzione, avviata da Francesco, il quale ha fatto della trasparenza uno dei tratti distintivi della sua azione di governo.

Ma, avviandomi verso la conclusione, voglio condividere una suggestione che ha attraversato i miei pensieri quando giovedì pomeriggio ho sentito quel nome, “Leone”. Una suggestione suscitata dall’accostanento di tale nome a quello di “Francesco”. Come più volte affermato da Bergoglio, nella scelta del suo nome c’era il compendio del suo programma: “una Chiesa povera e per i poveri”, traendo ispirazione dalla figura di San Francesco d’Assisi. Ebbene, come molti di voi sapranno, uno dei compagni più fedeli e presenti nella vita, soprattutto nella sua fase più intensa, e nell’opera rivoluzionaria del Santo d’Assisi – il quale affidò alla penna del fedele confratello la spiegazione e diffusione della sua “perfetta letizia” -, nonchè il custode della sua originaria idealità di povertà, fu Frate Leone, che rappresentò una figura importante nella fase di istituzionalizzazione della Comunità francescana, nonché, dopo la morte di San Francesco, riferimento di coloro i quali furono elemento di contraddizione rispetto a quanti, all’interno dell’Ordine, intendevano derogare, allontanarsi dal genuino spirito di povertà seguito dal fondatore.

Ebbene, non so se nella scelta di Prevost vi sia volutamente un richiamo al legame tra San Francesco d’Assisi e Frate Leone, né mi azzardo a ipotizzare, in merito, qualcosa di profetico, però, per quanto mi riguarda, è risultato agevole, una volta sentito quel nome, “Leone”, cogliere un chiaro segnale di prosecuzione di un cammino intrapreso … Il cammino rivoluzionario avviato dal gesuita Francesco e che il frate agostiniano Leone XIV sarà chiamato a guidare d’ora in avanti, magari istituzionalizzando quel cambiamento, quel rinnovamento, quell’anelito di prossimità verso gli ultimi e di superamento di vecchi e ormai anacronistici schemi, che ha connotato il fecondo pontificato del suo predecessore, dal principio all’epilogo, nel segno di quella Amoris Laetitia pronta ad accogliere tutte e tutti a braccia aperte: un pontificato che ha proiettato la Chiesa verso l’avvenire, verso nuove sfide, nuovi incontri, nuovi orizzonti, verso cui camminare, mi piace reiterarlo, senza aver paura, come ha esclamato stamattina Prevost, citando, nel rivolgersi ai giovani, Giovanni Paolo II … Possa egli essere, nella sequela di Papa Francesco, un Leone di Pace … “È molto umano, molto umile, ma molto perspicace (…). È una persona molto equilibrata. Non è il tipo di persona che si lascia guidare solo da impulsi e reazioni”: così lo descrive il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, uno dei più autorevoli membri del collegio degli elettori, esponente di quell’Asia nei cui riguardi Papa Francesco, di cui Tagle fu tra i più stretti collaboratori, ha profetizzato un fecondo futuro per la Chiesa e, perciò, considerato, alla vigilia del conclave, tra i papabili. Per cui, c’è da fidarsi …

Il cammino è tracciato, insomma … A Papa Leone, a questo matematico e filosofo, apparso emozionato e commosso al momento di presentarsi al mondo, tanto legato a Papa Francesco, attento ai mutamenti in atto nella contemporaneità e, da “figlio di Sant’Agostino”, determinato a promuovere la comunione e l’unità tra i fedeli, il compito di percorrerlo, con la stessa emozione, commozione e umanità mostrata pochi giorni fa, con la medesima spontaneità emersa in questi primi momenti, riuscendo a parlare, come ha saputo fare Papa Francesco, anche ai laici e a chi non è vicino alla sensibilità cristiana e cattolica, a guidare, insomma, con Sapientia Cordis non disgiunta da fresca determinazione “una chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte a tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo, l’amore”, secondo le parole adoperate nel tardo pomeriggio di giovedì a San Pietro.

Una missione, quella di Papa Leone che saprà dare seguito a quanto affermato venerdì mattina, durante la sua prima omelia tenuta nella Cappella Sistina, davanti al collegio cardinalizio, ovvero a quello che è “un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa”.

P.s. La Segreteria di Stato Vaticana ha sabato diffuso l’immagine dello Stemma ufficiale scelto dal nuovo Pontefice, che si rifà a quello della sua consacrazione episcopale.

In Illo Uno Unum”, “Nell’unico Cristo siamo uno”: questo il motto, tratto da un’orazione di Sant’Agostino, ivi impresso. Lo scudo dello stemma è diviso diagonalmente in due parti. A sinistra, il simbolo stilizzato del giglio bianco in campo azzurro, che indica purezza e innocenza ed è spesso associato alla Vergine Maria.

A destra, in campo bianco, il Sacro Cuore di Gesù, posto sopra un libro, ossia il Vangelo, chiuso, è trafitto da una freccia, immagine richiamante l’esperienza della conversione di Sant’Agostino, che lo stesso spiegava con le parole “Vulnerasti cor meum verbo tuo”: “Hai trafitto il mio cuore con la tua Parola”.

Sullo sfondo, le chiavi decussate di San Pietro e, a sovrastare il tutto, in linea con gli stemmi di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco, una sobria mitra, in luogo della sfarzosa tiara, che, in passato, fino al pontificato di Giovanni Paolo II, campeggiava sullo stemma di colui il quale occupava il gradino più alto nella gerarchia della Chiesa.