Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, lancia la bomba da Gioia Tauro: se Taranto dirà no alla nave rigassificatrice, la Calabria potrebbe diventare il nuovo centro del futuro siderurgico nazionale, con un polo del preridotto di ferro (Dri) destinato a decarbonizzare l’acciaio italiano e rilanciare un’area, quella calabrese, finora marginalizzata dalle grandi politiche industriali.
«Nel progetto illustrato ai sindacati e agli enti locali – ha dichiarato Urso – l’ammontare complessivo degli investimenti pubblici e privati per realizzare i quattro Dri in otto anni è di circa 6-7 miliardi di euro, con un’occupazione prevista di almeno 2.500 addetti nella sola fase di realizzazione».
Il piano in 4 tappe: 8 anni per chiudere con il carbone
I dettagli del cronoprogramma sono già fissati: primi due Dri nei prossimi quattro anni, in parallelo allo spegnimento del primo altoforno di Taranto e alla costruzione dei primi due forni elettrici, uno a Taranto, l’altro a Genova. Terzo Dri tra quattro e sei anni, insieme allo spegnimento del secondo altoforno e alla costruzione del secondo forno elettrico a Taranto. Quarto Dri tra sei e otto anni. Obiettivo finale: «piena decarbonizzazione degli impianti siderurgici dell’ex Ilva entro il 2033».
Gioia Tauro candidata, ma solo se Taranto si tira indietro
Il Governo ragiona su due binari: la rigenerazione di Taranto o l’alternativa calabrese. E la Regione Calabria si dice pronta. Ma la premessa è chiara: nessuna competizione tra territori, solo subentro in caso di rinuncia. «Il polo del Dri a Gioia Tauro – spiegano i vertici della Regione Calabria – potrà trovare concreta attuazione e un contesto istituzionale favorevole solo se Taranto deciderà di non ospitare la nave rigassificatrice».
La piastra del freddo e il rigassificatore terrestre
A fare da volano agli investimenti, secondo Roberto Occhiuto, è il progetto parallelo della piastra del freddo per l’agroindustria. «Ci sarà quando ci sarà il rigassificatore terrestre, che abbiamo fortemente sostenuto – ha affermato il presidente della Regione –. Ci permetterebbe di surgelare i prodotti agricoli calabresi e di creare un vero distretto agroalimentare».
Il rigassificatore terrestre è stato già dichiarato opera strategica dal Governo. Ma per accelerare i tempi, la Regione è disposta a partire anche con una nave rigassificatrice, in attesa della struttura definitiva. «È un’infrastruttura importante e strategica per noi. Anche una nave, nella fase iniziale, potrebbe essere utile per attirare gli investimenti promessi».
Un porto da 4 milioni di container che non genera ricchezza
Il cuore del ragionamento di Occhiuto è semplice quanto crudo: Gioia Tauro è il primo porto d’Italia per container, ma non produce ricchezza per la Calabria.«Il porto ha movimentato 4 milioni e 200mila container, ma le esternalità positive per la regione sono quasi nulle. È un porto di transhipment, non genera filiere produttive o occupazione nel territorio». E allora la scommessa è trasformare l’area retroportuale in un hub industriale, dove collocare investimenti strategici già previsti dal Governo, compreso il fondo Fsc nazionale.
Un’occasione da non perdere: miliardi e posti di lavoro
Il messaggio è chiaro: la Calabria è pronta. Ma serve una scelta politica netta e una visione industriale di lungo periodo.«Se questo grande asset logistico può essere utilizzato per popolare l’area retroportuale con investimenti da miliardi di euro, io credo che sia una buona cosa per la Calabria», ha concluso Occhiuto. Tra acciaio verde, energia, agroindustria e logistica, il futuro di Gioia Tauro potrebbe iniziare ora. Ma dipende – ancora una volta – da cosa decideranno Roma e Taranto.



