Genio visionario e maestro d’arte: queste due espressioni racchiudono l’essenza di Carlo Rambaldi, l’artista degli effetti speciali che ha plasmato l’immaginario cinematografico di intere generazioni.
Nato a Vigarano Mainarda (Ferrara) un secolo fa, il 15 settembre 1925, Rambaldi non era solo un tecnico, ma un vero e proprio artigiano che ha conquistato tre volte il premio Oscar, creando creature iconiche come E.T., Alien e King Kong.
La sua storia si intreccia con la Calabria, dove ha vissuto i suoi ultimi dieci anni e dove si è spento.
Dall’artigianato alla meccatronica: un artista contro il digitale
Rambaldi si considerava un artista e un artigiano, e non faceva mistero del suo disprezzo per il computer. Riteneva che il digitale avesse tolto la magia al cinema, svelando i trucchi e abbassando il livello artistico.
“Si è persa la magia,” diceva, spiegando come il suo lavoro, basato sulla meccatronica (un’unione di meccanica ed elettronica), fosse non solo più affascinante, ma anche più efficiente ed economico. L’esempio più lampante che usava era quello di E.T., costato un milione di dollari e realizzato in tre mesi, un’impresa impensabile per la computer grafica dell’epoca.
Tra cronaca e creature iconiche
La sua professionalità non si limitò al mondo del cinema. Due episodi di cronaca testimoniano la sua perizia tecnica: nel 1971, aiutò un magistrato a ricostruire la caduta di Giuseppe Pinelli con un manichino ad hoc, e l’anno successivo dovette dimostrare in tribunale che la vivisezione canina nel film “Una lucertola con la pelle di donna” di Lucio Fulci era solo un trucco cinematografico.
Rambaldi, nato come pittore e scultore, iniziò la sua carriera nel cinema italiano lavorando con maestri come Mario Bava (Terrore nello spazio) e Dario Argento (Profondo rosso). Ma il suo talento fu notato negli Stati Uniti da registi come John Guillermin, Steven Spielberg e Ridley Scott, che gli affidarono la creazione delle loro creature più memorabili. L’ispirazione per il volto di E.T. arrivò dal muso di un gatto himalayano, anche se la leggenda narra che Spielberg amasse dire che la sua creatura era un mix dei volti di Albert Einstein, Ernest Hemingway e Carl Sandburg.
Il volto umano dell’alieno
Il segreto del suo successo risiedeva nella sua capacità di infondere un’anima e delle emozioni umane a esseri alieni e mostruosi. L’umanità del mostro è la chiave del suo lavoro. Già in King Kong, Rambaldi riuscì a far esprimere al gigantesco scimmione sentimenti di intensa umanità, anticipando la sua creazione più famosa.
In Alien, con cui vinse un altro Oscar, riuscì a far percepire una forma di empatia per la creatura, specialmente nella scena in cui si rivela una femmina che combatte per la sua prole. Anche nei suoi primi lavori come il drago Farfan del film Sigfrido, o le creature fantastiche di Dune, la sua filosofia non cambiò: mostrare il lato fragile e profondamente umano di ciò che è sconosciuto e, per questo, terrificante.



