Si respira attesa per la presentazione nazionale della guida Slow Wine 206 – vini buoni, puliti e giusti – di Slow Food Editore, in programma a Milano il prossimo 18 ottobre.
La pubblicazione non si limita a recensire i vini in base alla loro eccellenza organolettica, ma valuta le 2016 cantine considerate anche in virtù delle loro scelte virtuose e della loro attenzione alla sostenibilità.
L’edizione di quest’anno, che recensisce ben 7972 vini, dedica uno spazio significativo alla Calabria con 36 cantine selezionate, di cui tre rappresentano delle novità. La regione ottiene riconoscimenti importanti, con due aziende premiate con la Chiocciola (il massimo riconoscimento che premia i valori slow): ‘A Vita e Sergio Arcuri.
Altri prestigiosi riconoscimenti includono la Bottiglia – assegnata ai vini che uniscono qualità eccellente a rappresentazione di territorio, storia e ambiente – vinta da Casa Comerci. Inoltre, sono ben 9 i vini Slow calabresi (delle cantine Nasciri, Fezzigna, Cote di Franze, Sergio Arcuri, Casa Comerci, Aspromonte, ‘A Vita, Origine & Identità, Giuseppe Calabrese) che testimoniano un dinamismo produttivo che si estende dal Pollino allo Stretto.
Il vino come cultura e relazione
Come sottolinea Alessandra Molinaro, coordinatrice regionale di Slow Wine Calabria, questa fotografia produttiva trasforma il vino da «patrimonio di singoli» a «gesto collettivo». L’introduzione della Molinaro nella guida pone l’accento sul fattore umano: «Senza il fattore umano, il vino non sarebbe altro che un prodotto agricolo, una merce. È l’uomo che lo rende linguaggio, cultura, comunità».
In un contesto globale segnato da problematiche come i dazi, il calo dei consumi e le tendenze dealcolate, il rischio è che il «rumore di fondo […] soffochi la sostanza». La guida ribalta la prospettiva dominante: il vino non nasce per essere argomento di discussione, ma esperienza; non contenuto, ma relazione.
Oltre i numeri e la performance
Il senso profondo di questo approccio è etico e relazionale. L’atto di cultura, secondo la Molinaro, «smette di essere tale quando le chiediamo di farsi performance, quando la pieghiamo ai numeri». Non si tratta di romanticismo, ma di una solida base che affonda nelle neuroscienze: il gusto non è oggettivo, ma una costruzione soggettiva che cambia con le emozioni, il contesto e la memoria.
Se il gusto è percezione e la percezione è relazione, allora il vino non può ridursi a una semplice carta geografica. È una «geografia attraversata da coscienza», un percorso che va «da una zolla a un pensiero, da un filare a una scelta, da una pianta a una visione».
La guida Slow Wine vuole quindi essere uno strumento di riflessione e di maturazione culturale, che legge il vino non come prodotto, ma come processo umano, agricolo e percettivo. Il vino, in conclusione, è «un atto di relazione tra chi coltiva la terra e chi ne ascolta il frutto», una forma di linguaggio che unisce persone e visioni. La sua forza sta nello spazio che apre tra le persone, non nei numeri, rendendolo un bene che «non appartiene a chi lo possiede, ma a chi lo condivide».



