L’avanzata dell’intelligenza artificiale non si limita a riscrivere le mansioni lavorative, ma sta trasformando radicalmente anche i processi di selezione del personale.
Oltre ai curriculum setacciati dagli algoritmi, la novità più dibattuta è l’introduzione dei chatbot come selezionatori diretti, sostituendo l’interazione umana nel colloquio. Una pratica che sta rapidamente diffondendosi e che ha già innescato una reazione di protesta.
Al centro del dibattito si trova il comico e scrittore inglese Richard Stott, che ha pubblicamente raccontato la sua scelta di rifiutare un’offerta di lavoro per una posizione di copywriter freelance dopo aver scoperto che l’intervista si sarebbe svolta con un sistema di intelligenza artificiale anziché con una persona. La sua decisione ha acceso un’accesa discussione sui social network.
“Non è solo lavoro: è rispetto”
In un video pubblicato sul suo profilo Instagram, Stott ha motivato la sua presa di posizione: “Mi hanno proposto un lavoro che mi interessava e ne avevo bisogno. Ma quando ho saputo che il colloquio sarebbe stato con un chatbot, ho rifiutato.”
Il punto cruciale, secondo il copywriter, non è la tecnologia in sé, ma la percezione di mancanza di considerazione nei confronti dei candidati. “Mi è sembrato irrispettoso che non fossero disposti a dedicare del tempo a parlare con una persona. La personalità conta. Non si può ridurla a dati,” ha spiegato. Il suo messaggio all’azienda è stato netto: “Se il mio colloquio non vale il vostro tempo, allora il ruolo non vale il mio.”
Il nodo etico: IA e rapporto umano
Studi autorevoli, dall’Università della Pennsylvania a Goldman Sachs, prevedono che l’IA influenzerà tra il $60\%$ e l’$80\%$ delle mansioni lavorative, portando con sé nuovi strumenti e competenze. Tuttavia, la critica di Stott si concentra sul rischio che l’adozione tecnologica avvenga a discapito dell’elemento umano, in particolare durante la delicata fase di selezione.
“Entrare in un team significa capirsi. E questo non lo misuri con un algoritmo,” ha ribadito Stott, sollevando il dubbio sull’efficacia e sull’etica di affidare a un robot la valutazione di qualità umane essenziali per l’integrazione in un ambiente di lavoro.
“Resistere al colloquio con il robot”
L’appello di Stott è quello di non accettare questa transizione come un destino inevitabile: “Dicono che dobbiamo abituarci. Ma perché non chiediamo se sia giusto? L’unica cosa che possiamo fare è dire no. Se le aziende vedono che perdono candidati qualificati, forse cambieranno.”
La sua protesta ha raccolto grande solidarietà online, ma solleva interrogativi complessi che restano aperti: è possibile che innovazione e rispetto dei candidati coesistano? Quali limiti etici è necessario imporre ai processi di selezione automatizzati? Il dibattito, intanto, si arricchisce di voci come quella di Stott, che mettono al centro il valore dell’interazione umana nel mondo del lavoro. (fonte calabria7)



