L’effettività del diritto alla salute in Italia attraversa una fase di profonda incertezza, minacciata da liste d’attesa interminabili, carenza di personale e marcate disomogeneità tra le diverse aree del Paese.
I dati contenuti nel Rapporto Civico sulla Salute 2025 e nel Rapporto sulle politiche della cronicità, presentati da Cittadinanzattiva presso il Ministero della Salute, delineano un quadro complesso in cui l’accesso alle prestazioni sanitarie risulta compromesso per una fetta significativa della popolazione.
Dall’analisi di oltre 16.000 segnalazioni raccolte nel corso del 2024, emerge che quasi la metà dei cittadini (47,8%) riscontra ostacoli nell’accedere alle cure. Le attese per esami diagnostici e visite specialistiche raggiungono picchi preoccupanti: si registrano tempi fino a 360 giorni per una Tac, 500 giorni per una prima visita specialistica e addirittura 720 giorni per una colonscopia.
Anche nelle classi di priorità più elevate la situazione appare critica: secondo le elaborazioni su dati Agenas 2025, per un paziente su quattro la colonscopia urgente supera i 105 giorni, a fronte di un limite normativo fissato a 72 ore.
Il divario territoriale e la gestione delle liste d’attesa
L’applicazione della normativa vigente per la riduzione dei tempi di attesa mostra un’Italia spaccata a metà. Il monitoraggio effettuato da Cittadinanzattiva evidenzia una scarsa trasparenza da parte di molte amministrazioni regionali: solo otto Regioni hanno fornito dati completi sulle procedure attuate, mentre cinque non hanno risposto e le restanti hanno inviato informazioni parziali. Questa carenza di dati riflette una disomogeneità strutturale che penalizza in particolare il Sud, dove i sistemi di monitoraggio e i percorsi di tutela risultano meno efficaci rispetto al Centro-Nord.
Nelle fasce di prenotazione differibili (entro 60 giorni), i ritardi restano sistematici, con attese che arrivano a 147 giorni per una mammografia e a 177 giorni per una visita dermatologica. Tale scenario spinge molti cittadini, specialmente i pazienti affetti da patologie croniche o rare, a rinunciare alle cure o a sostenere costi privatamente. Oltre il 55% degli intervistati ha dichiarato di aver desistito dall’effettuare una prestazione negli ultimi 12 mesi a causa dell’indisponibilità del servizio pubblico.
Le riforme necessarie e la posizione delle istituzioni
Per invertire questa tendenza, viene sollecitata l’adozione di un nuovo Piano Sanitario Nazionale, strumento assente nella programmazione italiana dal 2008. Tra le priorità identificate figurano il rafforzamento della medicina territoriale attraverso l’attuazione del Dm 77, la realizzazione delle Case e degli Ospedali di Comunità e un investimento strutturale sul personale sanitario, non solo in termini numerici ma anche formativi e retributivi.
| Priorità di intervento | Obiettivi principali |
| Pianificazione | Adozione del nuovo Piano Sanitario Nazionale e aggiornamento dei Lea 2017. |
| Territorialità | Accelerazione del Dm 77 e potenziamento dell’assistenza di prossimità. |
| Personale | Investimenti su incentivi e formazione, specialmente nell’emergenza-urgenza. |
| Digitalizzazione | Interconnessione dei dati sanitari e sviluppo delle competenze digitali. |
Sul fronte istituzionale, il Ministero della Salute sottolinea come il Servizio Sanitario Nazionale non sia oggetto di tagli, ma benefici di incrementi reali di risorse finalizzate.
Resta tuttavia centrale il tema della gestione di tali fondi e della loro capacità di tradursi in una riduzione concreta dei tempi di attesa e in una maggiore equità di accesso su tutto il territorio nazionale.



