Non è solo acqua quella che sta soffocando i Laghi di Sibari in queste ore drammatiche, ma un muro viscido di fango, detriti e rabbia. Quella che per decenni è stata celebrata come la “Venezia del Sud” si è trasformata oggi in un’immensa e spettrale palude grigia, dove la furia del fiume Crati ha brutalmente cancellato ogni confine tra gli argini e le abitazioni. Le immagini che giungono dall’alto raccontano una ferita profondissima nel cuore della Sibaritide, con i canali nautici ormai indistinguibili dalle strade e un intero complesso residenziale prigioniero di un isolamento forzato che appare senza fine.
Il panorama è desolante e restituisce il senso di una violenza della natura che ha trovato terreno fertile nell’incuria. Centinaia di case restano tuttora inagibili e completamente sommerse, con il fango che ha invaso i piani terra distruggendo in pochi istanti arredi, ricordi e speranze di una vita. Molte famiglie sono state costrette ad abbandonare tutto nel cuore dell’emergenza, portando con sé solo lo stretto necessario mentre i gommoni dei Vigili del Fuoco solcavano quelle che un tempo erano normali vie d’accesso. Oggi l’accesso via terra è di fatto impossibile, poiché il manto stradale è diventato una trappola viscosa che impedisce persino ai mezzi di soccorso tradizionali di avvicinarsi, lasciando intere aree nel silenzio irreale di una zona rossa circondata dall’acqua melmosa.
La rottura degli argini in località Lattughelle ha aperto una voragine che continua a rigurgitare acqua nelle zone residenziali, mentre il fiato resta sospeso anche per il destino del Parco Archeologico e del Museo, simboli di una storia millenaria che oggi si ritrovano nuovamente minacciati dal fango. Mentre la macchina della solidarietà si muove con fatica per offrire pasti caldi e un riparo agli sfollati, tra i residenti serpeggia un sentimento di profonda amarezza che va oltre il danno materiale. Non si tratta infatti della prima volta: questa emergenza è la riapertura di una cicatrice mai rimarginata, l’ennesimo capitolo di una storia di esondazioni annunciate e di interventi di messa in sicurezza che sono rimasti troppo spesso solo sulla carta.
In questo momento di estrema precarietà, mentre si attende che il livello del Crati scenda finalmente sotto la soglia di guardia per permettere l’azione delle idrovore, la domanda che tutti si pongono è quanto tempo ci vorrà perché Sibari possa tornare a respirare. La priorità resta la salvezza delle persone, ma la ferita inferta al tessuto economico e sociale del territorio è già considerata la più grave degli ultimi dieci anni, lasciando una comunità ferita a riflettere su un futuro che, al momento, appare ancora tragicamente sommerso.



