di Franco Caccia*
Si registrano a livello nazionale, forse in maniera tardiva, i primi effetti dell’esito del voto referendario sulla giustizia, si aggiornano le diverse analisi: territoriali, di genere, età e di identità partitica, pare opportuno una breve riflessione sui possibili messaggi contenuti nel voto.
La politica prima della tecnica
I quesiti referendari, specie quando impattano sui cittadini con linguaggi troppo tecnici e spesso incomprensibili anche agli addetti ai lavori, finiscono con il trasformare la chiamata alle urne ad una chiamata alle armi, tra i blocchi contendenti. Era successo nel recente nel 2016 con Matteo Renzi premier, si è ripetuto oggi con Giorgia Meloni al capo del governo.
Pur essendo in gioco, in entrambi i casi, tematiche di primaria importanza, i rispettivi referendum si sono trasformati in un’occasione per dare uno schiaffo al capo del governo pro-tempore. L’alta affluenza registrata a livello nazionale (59%), se attesta una maggiore facilità dell’elettorato di centro sinistra a mobilitarsi, non tanto sul merito della riforma, quanto sulla volontà di dare un segnale politico alla Premier, conferma altresì le difficoltà della classe dirigente dei partiti di centro destra a svolgere in modo efficace il ruolo di “motivatori” al voto.
La coerenza prima della militanza
I valori della destra, di cui Giorgia Meloni in Italia è, da alcuni anni, la leader incontrastata, rappresentano per l’elettorato di riferimento dei principi non negoziabili. Senza eccezione alcuna. La gestione delle vicende giudiziarie che hanno interessato in tempi recenti alcuni esponenti del governo, molto vicini alla Premier, (in primis la ministra Santanchè e il sottosegretario Delmastro), hanno senza dubbio indebolito l’immagine del primo ministro, offrendo il fianco alle rimostranze degli avversari. Le dimissioni dei protagonisti citati, dimostrano tuttavia un chiaro cambio di passo che Giorgia Meloni per ripristinare, con vigore, il principio di opportunità politica e salvaguardare l’autorevolezza del governo.
Il voto dei giovani
Tra i segnali positivi di questo appuntamento elettorale, oltre ad una complessiva quanto elevata affluenza ai seggi, una notevole partecipazione al voto da parte dei giovani. Le prime analisi del voto descrivono un voto giovanile (circa il 61%), indirizzato verso il No. Se ci sono stati diversi provvedimenti del governo a favore proprio di questa fascia della popolazione, tra cui il bonus-giovani, finalizzato a favorire e/o stabilizzare la posizione lavorativa attraverso lo sgravio contributivo totale per gli under 35, i numeri raccontano che tali atti non hanno avuto effetti sul consenso politico identitario.
Di contro ci sono state richieste avanzate dai giovani che sono apparse come poco ascoltate da parte del governo. Il riferimento è alle recenti proteste degli studenti universitari sul caro- fitti, con le tende da campeggio piantate presso le principali università italiane. Se è vero che sono state stanziate ingenti somme del PNRR, circa 600 milioni, per aumentare il numero di posti letto degli studenti fuori sede, è altrettanto vero che operazioni di tale portata strutturale richiedono inevitabilmente tempi medio-lunghi.
Sarebbe stato opportuno, come richiesto da più parti, tra cui l’associazione delle famiglie cattoliche, valutare l’introduzione di soluzioni a breve termine, come l’aumento del tetto delle spese detraibili dalle famiglie con figli universitari studi fuori sede. Oggi la cifra massima di spese detraibili si ferma alla modica cifra di € 2.600,00 annui, una somma irrisoria rispetto all’impennata dei canoni d’affitto nelle grandi città.
Il voto in Calabria
L’ondata dei No ha interessato anche la regione Calabria, dove si è registrato un numero di elettori superiori a quanti hanno votato alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale dello scorso ottobre. Un voto che ha consegnato un consenso plebiscitario, al centro-destra, per il secondo mandato del presidente Occhiuto. Tuttavia, i numeri forniti dalle urne calabresi alle ore 15 di lunedì scorso, confermano una legge da tutti conosciuta: niente è per sempre, specie in politica.
Sarebbe un grave errore, per il presidente Occhiuto, pensare che i numeri della sua maggioranza siano tali da poter essere al riparo da brutte sorprese, anche per tutte le competizioni nazionali e locali, che avranno luogo nel corso del suo mandato. Il consenso in politica si nutre attraverso le decisioni assunte. Non vi sono dubbi sull’impegno assicurato dal presidente Occhiuto e dalla sua giunta sui i temi più spinosi, in particolare la sanità. A tal proposito, entro il prossimo mese di giugno saranno fruibili le Case delle Comunità ed altri presìdi, finanziati con i fondi del PNRR, per migliorare i servizi per la salute dei cittadini.
Appare tuttavia necessario ed urgente che, i competenti uffici della regione Calabria, rivolgano da subito attenzioni non solo sugli aspetti strutturali ed ingegneristici di questi nuovi servizi, ma anche sul nuovo modello organizzativo per consentire ai cittadini calabresi di avere servizi moderni, efficienti e tempestivi. In assenza di tale transizione dalla sanità alla salute, le aspettative di miglioramento delle cure, sono destinate ad essere deluse.
Scelte poco comprensibili
Chiunque amministri la cosa pubblica, a tutti i livelli, dovrebbe assumere decisioni improntate su principi ineludibili quali: trasparenza, imparzialità ed efficienza. Di recente il consiglio regionale della Calabria ha adottato provvedimenti che hanno alimentato non pochi dubbi, anche tra l’elettorato di centro destra. Il riferimento è per le indennità differite per i consiglieri regionali non eletti, ed alla proposta per l’introduzione della figura dei sottosegretari che andrebbero ad aggiungersi alle figure degli assessori e dei consiglieri regionali, ciascuno già corredato dalle proprie strutture di supporto.
Si tratta di provvedimenti su cui il limite tra legittimità ed opportunità, è molto labile. Non sempre ciò che è giuridicamente legittimo, viene considerato dai cittadini come opportuno e necessario, specie in determinati periodi storici. Gli elettori, di tutti i partiti, vivono con forte disagio ogni decisione che assuma le vesti del privilegio per quanti ricoprono cariche politiche. Il danno arrecato non risiede soltanto nell’aggravio dei costi pubblici, ma colpisce l’essenza stessa dell’impegno politico. Quest’ultimo, inteso come autentico servizio alla collettività, dovrebbe conservare i tratti di una missione civile, rifuggendo logiche di mera occupazione del potere o, peggio ancora, di sfruttamento di una temporanea occasione personale.
*Sociologo- Giornalista



