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Cerisano, 2 Giugno: il destino e l’augurio per il volume presentato da Gentiloni

Di Pierfrancesco Greco

È la vicenda che ha fatto della nostra Italia una Repubblica, quella che il professore Umberto Gentiloni Silveri, docente e storico di fama, racconta nel suo libro “2 giugno”, edito da Il Mulino, presentato ieri pomeriggio nelle Sale Gemelle del Palazzo Sersale di Cerisano, alla presenza dell’Autore, nonché di Rosa Maria Padovano, Prefetto di Cosenza, Lucio Di Gioia, Sindaco di Cerisano, Salvatore Giorno, rappresentante di Feltrinelli Librerie, e Domenico Talarico, direttore della Scuola di Politica ASPROM … È la storia di una scelta, o meglio, di due scelte: la scelta, affidata al popolo italiano all’indomani della guerra e della Liberazione dal nazifascismo, tra la continuità monarchica e il nuovo inizio repubblicano, tra l’istituzione elitaria che aveva aperto le porte al fascismo, e, quindi, alla catastrofe, e quella dimensione rappresentativa, che, durante il Risorgimento, aveva animato i sogni dei settori democraticamente più avanzati del movimento nazionale, a cui, durante la Resistenza, avevano fatto idealmente riferimento buona parte di quelle forze che si erano impegnate attivamente nella lotta contro l’invasore nazista e il collaborazionista fascista – si pensi alle Brigate Garibaldi, organizzate dal PCI, ad esempio -, e che consideravano la loro battaglia una sorta di nuovo Risorgimento, quello che avrebbe portato a compimento gli obiettivi rimasti irrealizzati, o finiti repressi dalle potenze reazionarie, come nel caso della Repubblica Romana del 1849, al tempo di Garibaldi e Mazzini. Ma accanto alla scelta tra monarchia e repubblica, il corpo elettorale, quel 2 giugno 1946, fu chiamato anche a definire la composizione di quell’Assemblea Costituente che avrebbe avuto il compito di redigere la Carta fondamentale di un Paese uscito a pezzi, annichilito, coperto di macerie morali e materiali dal secondo conflitto mondiale, e desideroso di rialzarsi, di guardare verso le “cose nuove” che per oltre vent’anni erano state schiacciate, con esiti tragici e che, in quella tragedia, ha saputo trovare i prodromi del proprio riscatto. Insomma, quel 2 giugno 1946 ha reso inscindibile il binomio Repubblica – Costituzione, un binomio che è un destino: un destino affondante le sue radici nella già citata Repubblica Romana del 1849 e nella sua Costituzione, la più avanzata per quei tempi, a cui contribuirono personalità dalle sensibilità altere – approvata quando le baionette francesi erano già entrate nella Città Eterna – e che, quasi cento anni dopo, si palesò nuovamente in un miracolo, quello di una svolta costruita con il concorso di idee, persone ed entità partitiche tra esse diversissime, a volte antitetiche, ma che, in una situazione particolarissima, con un monarca regnante, il quale poteva ancora contare su una diffusa lealtà negli ambienti militari, senza dimenticare la presenza degli anglo-americani – a cui si guardava con una certa fiducia tra le fila monarchiche ma che si mantennero ufficialmente neutrali, nonostante le simpatie degli inglesi verso l’eventuale permanenza del re al Quirinale -, riuscirono a dare centralità alla volontà popolare, gestendo quella cruciale fase di passaggio e, successivamente, a trovare la sintesi valoriale, prima ancora che costituzionale, su cui edificare il Paese di domani.

Sì, fu “un miracolo”, come evidenziato ieri dallo stesso professore Gentiloni Silveri, sancito dalla massima espressione democratica, quella universale, quella non più basata nè sul censo nè sul genere; quel 2 giugno 1946 le donne, che pure, nei mesi precedenti, si erano già recate alle urne, in occasione di alcune tornate amministrative, si affacciavano per la prima volta sulla ribalta nazionale del confronto politico, sancendo definitivamente, scrivendolo sulla pietra, un principio semplice e rivoluzionario: le istituzioni, le idee che le orientano, le persone che le guidano trovano, in un contesto comunitario, autorevolezza e legittimazione al loro ruolo solo nel momento in cui la collettività di riferimento ha la possibilità di esprimersi nella sua interezza, senza distinzioni o limitazioni relativamente alla partecipazione e ai diritti, nel loro complesso. È un valore, più che un principio, che rende un insieme di individualità una vera collettività, una comunità, capace di riconoscersi, pur nelle specificità individuali e nella varietà di posizioni ideali, attorno a presupposti condivisi, sui quali costruire una socialità rigogliosa, viva, aperta, in cui la dialettica è volano di progresso sociale, crescita strutturale, maturazione morale, capace di rispedire al mittente, anche a distanza di ottant’anni, ogni tentativo volto a stravolgere e tradire quella Costituzione che nell’antifascismo e nell’equilibrio tra i poteri dello Stato ha la sua essenza. Questo, nonostante il permanere di criticità e lacune, sia istituzionali – a partire dalla tuttora incompleta attuazione del dettato costituzionale, su cui qui è meglio non indugiare, essendo un tema degno di una trattazione specifica – sia valoriali, con cui ci rapportiamo ogni giorno. Il 2 giugno 1946 non è solo una data, insomma … Il 2 giugno è una meta e un inizio: è il punto d’arrivo di un processo di maturazione democratica, collettivamente intesa, sviluppatosi negli accadimenti che hanno connotato la lotta antifascista, culminata nella Resistenza, in quel cimento, in quel secondo Risorgimento sostenuto solo da una parte, quella migliore, della società italiana, che seppe superare le divisioni in nome di un obiettivo comune, più alto di ogni particolarismo, che trovava richiami ideali nella dimensione democratica del primo Risorgimento; una lotta, quella resistenziale, da cui s’è poi avviato il cammino di un Paese rinnovato istituzionalmente e valorialmente …

Il 2 giugno è, insomma, il prologo di un racconto che ci parla di rinascita e riscatto, di dignità e presa di coscienza. Quel 2 giugno, come scrive il professor Gentiloni Silveri, è principiata una nuova storia, che egli, nel suo libro, traccia con rigore storico e acribia narrativa, riuscendo, da un versante, a offrire un’efficace sintesi inerentemente ai fatti che, tra tensioni e contraddizioni, hanno connotato quel passaggio epocale, allargando lo sguardo alle prospettive future del senso che la riccorrenza del 2 giugno reca seco, e, dall’altro, a offrire originali spunti di approfondimento – tra cui un’acuta analisi della distribuzione del voto sul territorio nazionale, relativamente al referendum istituzionale, che induce a considerare in maniera meno schematica e netta la tradizionale narrazione del nord e del centro filorepubblicani a cui si contrappose un meridione arroccato attorno alle prerogative del monarca – in merito a una pagina che nel tempo, a partire dell’immediato dopoguerra, è stata vergata, tanto nella società civile, quanto in quella politica, in maniera variegata, a seconda delle fasi storiche attraversate dal nostro Paese: il 2 giugno, la ricorrenza che celebra l’atto di nascita della nostra Repubblica, ha vissuto, in altre parole, vari cicli, oscillanti tra rilevanza e irrilevanza, anche ostilità, in certi frangenti, fino alla riscoperta recente, iniziata al tempo della Presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi … Una riscoperta che, per tale Giorno, è, oggi, anche una sfida e un augurio: la sfida e l’augurio di essere inteso, tra la società di domani, non solo come attimo di festività e celebrazione fine a se stesso, o, peggio ancora, caricato di significati estranei ai principi su cui, ottant’anni fa, è iniziato il percorso che stiamo compiendo ancora oggi, bensì come occasione su cui costruire itinerari di formazione e conoscenza capaci di dare, sulla base dei presupposti partecipativi e democratici che hanno definito la forma della nostra Repubblica e della sua Costituzione, nuova sostanza al destino di un’entusiasmante e articolata vicenda.