L’Atlante della Restanza si presenta al pubblico nazionale in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, configurandosi come un progetto culturale e scientifico di ampio respiro dedicato allo studio dei territori e delle nuove forme dell’abitare.
L’incontro, previsto per il 15 maggio alle ore 17.45 presso la Sala Rossa, s’intitola “Parole e culture della restanza. Tra visione e possibile, abitando la Calabria”. L’evento vedrà il confronto tra l’antropologo Vito Teti e il cantautore Dario Brunori, con la moderazione del giornalista Tommaso Labate.
Un laboratorio per le trasformazioni territoriali
Il progetto, fondato da Vito Teti, opera come un laboratorio permanente di ricerca geoantropologica. L’Atlante della Restanza nasce con l’obiettivo di analizzare criticamente fenomeni complessi quali lo spopolamento, le migrazioni e la ridefinizione dell’identità nelle aree interne del Paese. In questo contesto, la Calabria viene assunta come osservatorio privilegiato per interrogare processi globali che interessano i luoghi considerati marginali. L’iniziativa è il risultato di un protocollo d’intesa tra le associazioni CRISSA e #IORESTO e si avvale di un approccio interdisciplinare che coinvolge esperti della ricerca, della scrittura e della comunicazione.
La pratica consapevole del restare
Il fulcro del dibattito ruota attorno al concetto di “restanza”, un termine elaborato da Teti per descrivere non una scelta passiva, ma una pratica attiva e consapevole. Restare in un luogo comporta accettare il conflitto, assumersi la responsabilità della trasformazione e impegnarsi nella costruzione di un nuovo senso di appartenenza. Questo approccio trova un punto di contatto con la poetica di Dario Brunori, la cui produzione musicale esplora le fragilità e le contraddizioni di un’identità sospesa tra il radicamento e la mobilità.
Oltre la narrazione del declino
Il dialogo tra la riflessione antropologica e la scrittura musicale mira a esplorare come sia possibile generare nuove forme di comunità e immaginari futuri nei contesti definiti periferici. L’obiettivo è sottrarre la Calabria e i territori interni a descrizioni stereotipate, evitando sia il racconto di un declino inevitabile sia la retorica di una rinascita puramente celebrativa. Emerge così un’idea complessa dell’abitare, intesa come una condizione fragile e mai del tutto risolta, capace tuttavia di produrre significati profondi per il presente.



