In queste ultime settimane, il tema dello spopolamento delle aree interne è stato affrontato in diversi comuni della nostra provincia. Ciò che ne emerge è un quadro desolante, con un numero di abitanti più che dimezzato in 70 anni e la prospettiva di una totale desertificazione entro il prossimo decennio.
I numeri del declino demografico
Giovanni Durante, dell’Osservatorio regionale demografico, durante un convegno a Dinami, ha tracciato il quadro generale: «I nove comuni dell’Alto Mesima sono passati in settanta anni da 30.002 a 13.075 abitanti, con un calo del 56,42%, mentre i dodici centri delle Serre, che avevano complessivamente 39.055 residenti, oggi contano appena 17.338 anime, il 55,61% in meno».
A preoccupare è la profonda modifica intervenuta nella composizione strutturale della popolazione. Nel 1991 giovani e anziani erano rispettivamente 8.977 e 7.174; oggi i giovani sono scesi a 3.458, mentre gli anziani sono saliti a 8.544. Per Durante si tratta di «un autentico tsunami demografico»: «Se non si interviene entro un decennio con misure strutturali e non episodiche, da Vibo a Soverato si rischia una vera desertificazione antropica».
Il modello Riace come proposta di rinascita
Di fronte a un quadro così drammatico, a parere dell’Associazione Radici Mediterranee, l’unico antidoto per far rinascere i paesi delle aree interne è rappresentato dall’accoglienza, quella del modello Riace, un’esperienza che rispetta la dignità e le storie dei migranti che giungono in terre sempre più povere di persone.
Riace, borgo della Locride calabrese, nel 1998 stava morendo. Le botteghe chiudevano una dopo l’altra, la scuola rischiava di spegnere per sempre le sue luci e le case vuote aspettavano voci di bambini. Poi arrivò il mare a portare salvezza. Duecento profughi curdi sbarcarono sulle coste calabresi e trovarono rifugio proprio nelle case abbandonate del borgo. Quello che nessuno immaginava è che quell’incontro avrebbe scritto una storia diversa.
Dallo sbarco alla rinascita economica e sociale
Domenico “Mimmo” Lucano, sindaco visionario, trasformò l’emergenza in opportunità. Nacque l’associazione “Città Futura”, dedicata a Don Giuseppe Puglisi, e con essa il progetto Sprar. Nel tempo, Riace accolse 400 rifugiati da oltre 20 nazioni diverse, e le botteghe artigiane ripresero vita con ceramisti, tessitori e agricoltori. Il forno del paese, che prima lavorava solo due giorni alla settimana per mancanza di clienti, tornò a sfornare pane quotidiano.
Il miracolo più bello accadde nel laboratorio di tessitura, dove donne etiopi e calabresi sedevano fianco a fianco. I loro telai intrecciavano fili di tradizioni lontane, creando tessuti che oggi viaggiano nelle mostre internazionali. La Banca Etica finanziò i primi prestiti comunitari, permettendo la nascita di cooperative, microimprese e nuova speranza. Mentre i borghi d’Italia si svuotavano inseguendo le città, Riace faceva il contrario, riempiendo il silenzio con lingue diverse, colori nuovi e storie antiche che si mescolavano a quelle calabresi. Un’esperienza che oggi è studiata in tutto il mondo.



