Non sono muti. Magari fossero muti: almeno ci si metterebbe l’anima in pace pensando a un guasto tecnico. I telefoni degli uffici della Protezione Civile della Regione Calabria, all’interno della Cittadella di Catanzaro, funzionano benissimo. Squillano. Squillano ogni giorno, continuamente, per ore. Ma dall’altra parte della linea c’è il vuoto assoluto. Nessuno solleva la cornetta, nessuno risponde, nessuno offre uno straccio di assistenza ai cittadini esasperati.
Una situazione paradossale che si consuma sulla pelle di chi, dopo aver subito i danni della devastante alluvione dello scorso febbraio, sta ancora aspettando i contributi per poter ripartire. Oltre al danno, la beffa della burocrazia si sta dimostrando più distruttiva del fango.
La trappola della PEC e il portale fantasma
In questi giorni, a molti cittadini colpiti dall’alluvione è recapitata una PEC ufficiale inviata proprio dagli uffici della Protezione Civile. L’oggetto? Una richiesta di integrazione documentale, passaggio obbligatorio per non perdere il diritto al risarcimento.
Nel testo della mail si legge chiaramente l’ordine tassativo: i documenti richiesti devono essere trasmessi esclusivamente attraverso il portale web dedicato. E qui scatta la trappola:
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Il cittadino si siede al computer, clicca sul link e scopre che il portale regionale è sistematicamente irraggiungibile. Offline, bloccato, inesistente.
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Nel panico di veder scadere i termini della domanda, il cittadino prende il telefono per chiedere spiegazioni o una modalità alternativa di invio.
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Digita i numeri dell’ufficio preposto alla pratica e si scontra con il festival dello squillo a vuoto.
Si viene così proiettati in un limbo kafkiano: la Protezione Civile ordina di caricare i documenti su un sito che non funziona, e se provi a chiamare per segnalarlo, nessuno ti risponde.
Dipendenti pubblici o in vacanza perenne?
“Davanti a questo muro di gomma, sorge un dubbio spontaneo e legittimo: ma gli addetti della Protezione Civile preposti a questa emergenza sono tutti e sempre in vacanza?”
È la domanda provocatoria, ma colma di sacrosanta rabbia, che si rincorre tra i comitati degli alluvionati. Com’è possibile che una struttura che porta il nome di “Protezione Civile” – e che dovrebbe fare dell’efficienza, del pronto intervento e del contatto con il pubblico la sua stella polare – si barrichi dietro un silenzio così strafottente?
Notifiche, scartoffie, rimpalli. Non stiamo parlando di pratiche burocratiche ordinarie, ma di soldi vitali per famiglie e imprese che hanno visto i propri sacrifici sommersi dall’acqua e dal fango a febbraio.
Qualcuno sollevi quella cornetta (Sfida aperta alla Regione)
La digitalizzazione non può diventare l’ennesimo paravento dietro cui nascondersi per non lavorare. Se un portale web non funziona, il personale ha il dovere morale e professionale di rispondere al telefono e guidare l’utente.
Vogliamo chiarirlo subito, a scanso di smentite di rito o comunicati di facciata: sfidiamo chiunque, dai vertici della Protezione Civile fino ai responsabili della Cittadella, a replicare a questo articolo. Non stiamo parlando per interposta persona o per sentito dire. Questa vicenda riguarda direttamente un membro della nostra redazione, che ha vissuto sulla propria pelle questo calvario burocratico. Abbiamo registri delle chiamate, screenshot del portale irraggiungibile e la PEC ricevuta: siamo pronti a mostrare le prove, carte alla mano.
I cittadini calabresi non stanno chiedendo un favore, stanno pretendendo un loro diritto. Invece di preparare note stampa difensive, fate il rivoluzionario gesto di sollevare quel telefono che continua a squillare.



