HomeCostume & SocietàCulturaFingesten, una testimonianza di libertà per...

Fingesten, una testimonianza di libertà per le cittadine e i cittadini di domani

Pierfrancesco Greco *

Care studentesse e cari studenti, come avete potuto appurare, quella di Michel Fingesten è una figura complessa, articolata, affascinante. Rapportarsi con essa non è semplicissimo, nè dal punto di vista prettamente artistico nè, tanto meno, da quello storico. Pensate, anche per me, dopo oltre trent’anni di studio e ricerche – grazie ai miei nonni e ai miei genitori ho avuto la fortuna d’iniziare a conoscere la straordinaria unicità di questo artista fin dall’infanzia -, Fingesten è una sorpresa continua. Una sorpresa in cui si palesa la storia …

 

Già, la Storia … La storia plumbea che Fingesten attraversò, quella che per lui fu quotidianità … Una storia che segnò la sua esistenza e che, a metà degli anni trenta, lo portò a lasciare la Germania, ormai infettata dal nazismo, e a stabilirsi in Italia, a Milano, qualche anno prima dell’ignominia delle leggi razziali, varate dal regime fascista nel 1938: una storia di inquietudini, pulsioni irrazionali, incubi e drammi; una storia che è stata prologo di tragedia, di quell’orrido buco nero in cui di lì a poco sarebbero precipitati l’Europa e il mondo. Nello sviluppo di questa storia, lo sapete bene, Fingesten si trovò trascinato in Calabria, nel Campo di Ferramonti, come internato, per poi, una volta libero, dopo un passaggio a Bisignano, dove lasciò la sua ultima opera – un quadro su tavola raffigurante il martirio di San Bartolomeo -, finire qui, da paziente, a Cerisano, nel Palazzo Sersale – adibito a nosocomio civile successivamente al bombardamento effettuato dagli alleati su Cosenza il 12 aprile del 1943 -, dove egli, nell’ottobre del 1943, concluse la sua esperienza terrena. Una storia che, con le sue inquietudini, le sue pulsioni, i suoi incubi e i suoi drammi, Fingesten, da artista vero, quindi capace, con la sua sensibilità spiccata, di captare, prima e più degli altri, i caratteri e il sentire precipuamente connotanti la realtà del divenire esistenziale e storico, trasferì, o meglio, incise nelle sue opere, fissandole nelle sue puntesecche e nelle sue acqueforti, ossia nelle creazioni calcografiche – ottenute dall’incisione, con tecniche dirette o indirette, in cavo, su lastre di metallo, come rame o zinco, in cui l’inchiostro, “intrappolato” nei solchi tracciati sulla piastra, viene impresso sulla carta attraverso la pressione di un torchio -, anche nei suoi clichè fotomeccanici, insomma, su quei piccoli pezzi di carta, gli ex libris, appunto, a cui egli diede veste originale e status inarrivabile. Vedete, quella dell’ex libris è una forma d’arte antichissima, che, dalla metà del XV secolo in poi, con l’introduzione, in Europa, della stampa a caratteri mobili, e, quindi, con la crescente diffusione dei libri, imboccò, principiando dall’area tedesca, la strada verso la modernità: il primo ex libris conosciuto, realizzato in Baviera con la tecnica dell’incisione silografica, in rilievo, sul legno, è di quel periodo, mentre il primo datato è quello realizzato, sempre attraverso l’incisione in rilevo del legno, nel 1516 dal pittore e incisore tedesco Albrecht Dürer. Da allora, l’ex libris, da oggetto d’arte complementare, ovvero finalizzato a essere incollato sulla faccia interna del piatto anteriore della legatura – della prima copertina, insomma -, o sul frontespizio, per indicare la proprietà di un libro, ha assunto la dignità di forma d’arte a sé stante, per nulla minore. Una forma d’arte piccola nelle dimensioni ma immensa rispetto al portato di tecnica e creatività in essa compendiato, che, con Fingesten è diventata espressione introspettiva, ove i richiami alle peculiarità personali del committente assurgono a testimonianza, a sguardo sull’immanente. Uno sguardo che, essendo destinato alla “segretezza del cassetto, dello scaffale, della biblioteca, chiuso nel rapporto diretto tra artista e committente, poteva permettersi di esprimere il massimo della libertà” – come affermò, durante un’intervista a me concessa, Giampiero Mughini, grande giornalista e appassionato bibliofilo, nel lontano 2005, in occasione di un simposio tenuto a Cerisano su Fingesten -; questo, nell’epoca in cui le arti palesanti tendenze e stili affini a quelli prediletti da Fingesten erano considerate degenerate. Ecco perché oggi queste opere, di cui il nostro Museo custodisce una rimarchevole raccolta, sono così apprezzate, studiate, ricercate da bibliofili e collezionisti. Trovarsi davanti a un ex libris di Fingesten, tenerlo fra le mani, come è capitato a me, tra le altre volte, a Milano, l’anno scorso, a marzo, nella fase che ha preceduto l’allestimento museale, significa trovarsi, nel contempo, al cospetto di un moto dell’animo, di un frammento di storia, di un respiro di Libertà che oggi, soprattutto oggi, ci parla di pace, di eguaglianza, di diritti, di umanità.

 

Vorrei chiudere qua questo scritto, con un augurio che rivolgo a voi, care studentesse e cari studenti.

Voi, anche attraverso questo certame, siete riusciti a respirare l’arte, il genio e la sensibilità di Michel Fingesten, facendola vostra e per questo vi esprimo i miei complimenti: ecco, vi auguro che quanto da voi interiorizzato in questa occasione, nonché ciò che interiorizzerete in futuro, innerentemente alla figura di Fingesten – sono in cantiere, infatti, altre iniziative dedicate alle scuole -, vi sia di supporto, durante il vostro percorso di formazione e di vita, nel trovare la forza e il coraggio di cercare sempre la strada della Libertà … Quella in cui si estrinseca la nostra Umanità.

*Consigliere Delegato alla Cultura del Comune di Cerisano