Negli ultimi anni il dibattito pubblico sul declino dei piccoli centri del Sud si è arricchito di un vocabolario colto e suggestivo. La “tornanza” — l’atto di rientrare nei luoghi d’origine per mettere a frutto competenze e capitali maturati altrove — è diventata il nuovo feticcio del legislatore regionale. È una parola rassicurante, pulita, evocativa. Ha l’unico difetto di scontrarsi frontalmente con la realtà demografica e strutturale dei nostri paesi.
Per comprendere quanto sia astratta la narrazione ufficiale occorre guardare i luoghi reali, come Bivongi e le tante comunità della Calabria interna. I numeri e le storie non mentono.
L’illusione della “seconda generazione”
I grandi flussi migratori che hanno svuotato i paesi interni risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso. Quella generazione di emigrati, per ovvie ragioni anagrafiche, in gran parte non c’è più. Restano i figli e i nipoti: seconde e terze generazioni nate e cresciute altrove.
Pensare che questi giovani possano essere i protagonisti di una “tornanza” residenziale e imprenditoriale significa ignorare la sociologia delle migrazioni. Chi torna oggi lo fa per periodi brevi: una vacanza estiva, la ricerca delle proprie radici, il desiderio di vedere il paese di origine dei genitori o dei nonni. Si tratta di turismo delle radici, un fenomeno rispettabile ma temporaneo. Non è la scelta di radicare qui una vita, una famiglia o un’impresa.
In questo contesto, i provvedimenti regionali incentrati esclusivamente sul recupero edilizio destinato a “fantomatici ritornanti” rischiano di rivelarsi interventi sterili, cattedrali nel deserto teorico prima ancora che materiale.
Dal sussidio all’opportunità: l’errore delle politiche pubbliche
Un tempo la legislazione regionale prevedeva contributi di prima sistemazione rivolti ai lavoratori calabresi emigrati che decidevano di rientrare in via definitiva per reinvestire nella propria terra. Quel modello, pur imperfetto, puntava sull’elemento produttivo e stanziale.
La progressiva mutilazione di quelle norme ha lasciato sul campo soltanto l’aspetto puramente assistenziale, riducendo gli interventi a forme di sostegno per categorie di disagio economico che — ironia della sorte — proprio il sacrificio ed il riscatto economico dell’emigrazione avevano contribuito a ridurre.
Appellarsi alla definizione della Treccani o coniare slogan evocativi non basta a generare processi sociali. Rinominare un problema non equivale a risolverlo.
La vera priorità: la “restanza”
Prima di progettare politiche per il ritorno di chi se n’è andato, occorre garantire le condizioni elementari per chi è rimasto. I paesi non si salvano richiamando gli eredi di chi partì settant’anni fa, ma offrendo risposte concrete a chi vive sul territorio oggi.
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Servizi essenziali: Presidi sanitari territoriali efficienti e continuativi.
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Istruzione: Garanzia del diritto allo studio senza costringere le famiglie a spostamenti insostenibili.
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Infrastrutture e lavoro: Connessioni fisiche e digitali che permettano lo sviluppo economico locale e l’imprenditoria.
Senza lavoro, servizi, sanità e scuola, non c’è ragione né per restare né per tornare. La “restanza” non è un concetto astratto: è la precondizione materiale di qualsiasi sviluppo futuro. Solo quando la Calabria sarà in grado di trattenere i propri abitanti potrà, forse, tornare a essere attrattiva per chi desidera rientrare.
Mario Murdolo



