di Andrea Bignardi
Decine di famiglie tagliate nei fatti fuori dal mondo, aziende agricole obbligate a fermare la propria attività con danni economici in qualche caso milionari, una strada, la provinciale 156, che collega i territori di Oriolo e San Giorgio Lucano, chiusa al traffico dei non residenti e da percorrere soltanto a proprio rischio e pericolo. È il bilancio – purtroppo immutato – di un grosso smottamento, che, nel marzo del 2015, sollevando e in molti casi lesionando o distruggendo fabbricati, chiese, intere zolle di terreno, ha cambiato molto l’aspetto di alcune contrade di Oriolo, in alcuni casi irreversibilmente, e soprattutto fatto venire a galla la fragilità di un territorio che in passato mai era balzato agli onori delle cronache. E ancora oggi, a oltre otto anni da quel drammatico evento, famiglie e imprese della zona ne scontano le conseguenze non solo geologiche, col terrore del ripetersi di questi eventi che corre sul filo, ma anche con gravissimi conseguenti disagi economici. Appena valicato il confine, lungo la stessa strada provinciale, la Noepoli – Valsinni, il fondo stradale diventa improvvisamente sconnesso. Poi, una volta imboccata la diramazione che valica il Prepollino per giungere poi sullo Jonio, diventa addirittura impercorribile, nonostante sia evidente la presenza di cantieri per il rifacimento dell’asfalto: nel 2018, infatti, sono stati destinati ed intercettati oltre 2.188.500,00 per la mitigazione del rischio idrogeologico, nell’ambito del Piano Operativo FSC 2014/2020. Ma, al momento, nulla è cambiato, e la strada provinciale 156 resta chiusa al traffico dei non residenti, con le trentacinque famiglie del posto obbligate, su di una corsia per due sensi di marcia, a una ginkana tra fango, sassi, cantieri e curve senza parapetto. Tutto questo potrebbe essere tollerabile se fossimo dinnanzi ad un’area desertica, se non fosse per il fatto che dal 2015 non solo decine di famiglie, che vivono in un territorio già di base disagiato e maldislocato, sono, nei fatti, tagliate fuori dal mondo, percorrendo l’unica strada che li collega ai centri più importanti della Basilicata, e ai lontanissimi ospedali di Chiaromonte e Policoro, a proprio rischio e pericolo. Ma tutto ciò è ancora più intollerabile perché ben due aziende agrituristiche hanno dovuto, da sette anni, sospendere la propria attività, sia di ristorazione che di ricettività. Un esempio? L’agriturismo Santa Marina, che proprio quando avrebbe dovuto festeggiare i 20 anni di attività, è stato colpito quasi a morte, considerando il suo potenziale, dall’unica strada provinciale che lo collegava con il mondo esterno. I lavori mai completati e le condizioni precarie della strada chiusa al traffico hanno obbligato la famiglia Adinolfi a sospendere l’attività ricettiva in contrada. La conseguenza di tutto ciò è che liquore alle olive Ulivar non può più essere offerto ai clienti che arrivavano dall’Italia e dall’estero. E’ rimasto a Luigi solo un modo per far conoscere la tradizione della sua famiglia: varcare i confini della sua terra sfruttando la rete e gli eventi dedicati ai prodotti agroalimentari esclusivi. Ma, di fatto, senza arricchire questo territorio, che proprio grazie a escursionismo ed enogastronomia aveva faticosamente provato a costruirsi un’identità turistica, di quel fondamentale e necessario scambio di umanità e di economie oggi perduto. “Da quel maledetto 2015 – commenta il titolare dell’azienda agricola – Tutto per noi è cambiato, in peggio. La nostra situazione già prima del Covid era molto precaria, per via della frana e della chiusura della provinciale”.
“Nel 1995, quando l’azienda aprì per iniziativa dei miei genitori – prosegue l’imprenditore calabrolucano – Siamo stati a lungo il primo agriturismo della zona jonica in termini di numeri di clientela, sia per quanto concerne la ricettività, grazie a ben venti posti letto che erano attivi, che alla ristorazione: il nostro locale era inserito anche nei circuiti di turismo internazionale, siamo stati i primi a intraprendere l’ecommerce in zona, avevamo clienti fissi da Napoli e Bari”. Tutto perduto dopo la frana, così come il circuito del dopoteatro: “Quando La Portella (anfiteatro all’aperto nel centro di Oriolo, ndr) funzionava a pieno regime, abbiamo ospitato attori nazionali del calibro di Carlo Croccolo, solo per citarne quello più affezionato, che poi divenne da noi cliente fisso. Eravamo una punta di diamante del turismo locale”. E più che la frana, ad aver distrutto il Santa Marina, così come altre realtà agrituristiche minori ma comunque in passato molto attive, è stata la lentezza operativa riscontrata a vari livelli: non è stata considerata una priorità il ripristino in tempi rapidi di questo tratturo montano. Che, al di là del merito specifico della vicenda, è la punta dell’iceberg di uno stato di abbandono più complessivo in cui versano molte aree del territorio. “Ormai ci è rimasto solo l’ecommerce, in cui per fortuna già da un ventennio siamo particolarmente ferrati – conclude Luigi Adinolfi – Per fortuna riusciamo a produrre più di mille bottiglie del nostro amaro Ulivar, che è un vero unicum per il territorio insieme alle rarissime mele agostine. La rete può fare grandi cose ma sarebbe altra cosa riuscire a riappropriarci, ora che anche il Covid sembra stia mollando la presa, di quel contatto umano con i nostri clienti che ci manca. Ma siamo poco fiduciosi: c’è stato solo silenzio e nessun aiuto”. “Anche i media – conclude – hanno disattenzionato il nostro tema, dopo che tutti i network nazionali giunsero in occasione della frana: ci è rimasta solo la terra, e da quella nonostante tutto proveremo a ripartire e a proseguire una lotta per un nostro diritto fondamentale: quello di fare impresa”. Uno spiraglio è sembrato intravedersi più volte, con numerose rassicurazioni da parte delle istituzioni competenti: dalla Provincia all’inizio dell’anno è stato annunciato per vie informali il futuro imminente affidamento dei lavori. Al momento, tuttavia, con la stagione turistica ormai alle porte, tutto resta fermo, cristallizzato proprio come le crepe che insanabilmente spaccano questo territorio.



