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Autonomia differenziata, Gimbe: rischio sanità al sud, meno medici e più attese

La Fondazione Gimbe ha pubblicato un rapporto che mette in evidenza tutti i rischi dell’autonomia differenziata, la riforma promossa dal governo Meloni (e in particolare dalla Lega) che permetterebbe alle Regioni italiane di gestire ciascuna a proprio modo vari aspetti dell’amministrazione – tra cui la sanità. Il pericolo è che così le differenze enormi che già ci sono tra le Regioni più ricche (praticamente tutte al Nord) e quelle più povere (soprattutto al Sud) non solo non vengano colmate, ma aumentino a dismisura.

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione, ha detto che l’autonomia differenziata porterebbe “al collasso” la sanità delle Regioni meridionali. A Fanpage.it ha spiegato più nel dettagli cosa intende, e ha chiarito i pericoli della riforma: “Con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non verrebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno. L’autonomia differenziata legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud”.

La maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud. Un’eventuale autonomia nel determinare il numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione diversa di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, agevolando anche l’avanzata del privato.

Che conseguenze avrebbe questo?

Acuirebbe i problemi attuali dei cittadini, soprattutto del Mezzogiorno: interminabili tempi di attesa per una prestazione sanitaria o una visita specialistica, necessità di pagare di tasca propria le spese per la salute sino all’impoverimento delle famiglie e alla rinuncia alle cure, pronto soccorso affollatissimi, impossibilità di trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, migrazione sanitaria.

Le Regioni che hanno già le prestazioni sanitarie migliori sono anche quelle più pronte a chiedere l’autonomia. La riforma è fatta per aiutare le amministrazioni più ricche a danno delle altre?

Il divario tra Regioni del Nord e del Sud oggi, nei fatti, è una “frattura strutturale”, come dimostrano i dati sugli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e quelli sulla mobilità sanitaria. Sfugge, però, che si rischia di andare incontro a un paradosso.

Quale?

Le ricche Regioni del Nord, complice la grave crisi di sostenibilità del Ssn, non possono aumentare in maniera illimitata la produzione di servizi e prestazioni sanitarie. Di conseguenza, l’ulteriore indebolimento dei servizi sanitari nel Sud rischia di creare un forte incremento della mobilità verso queste Regioni. Questo potrebbe “ingolfarne” i servizi sanitari, peggiorando la qualità dell’assistenza per i propri residenti. Ne abbiamo già prova in Lombardia, che nel 2021 si trova sì al primo posto per mobilità attiva ma anche al secondo posto per mobilità passiva: ovvero, un numero molto elevato di cittadini lombardi va a curarsi fuori Regione.

Anche a febbraio 2023 avevate pubblicato un rapporto sull’autonomia differenziata. Da allora, dopo oltre un anno di lavori in Parlamento, è cambiato qualcosa nella riforma?

Il processo di attuazione dell’autonomia differenziata in Italia è iniziato nell’ottobre 2017, con i primi negoziati di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Ha attraversato tre legislature e cinque governi. Sin dall’inizio, la Fondazione Gimbe ha sempre raccomandato di “maneggiare con cura” l’autonomia differenziata in sanità e, soprattutto, di non utilizzarla come merce di scambio tra le forze politiche. Una richiesta che è rimasta inascoltata. La proposta, fatta nell’ultimo anno, di escludere la “tutela della salute” dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie, non è stata sostenuta neanche dalle forze di opposizione.

Nessun miglioramento, quindi?

Qualche modifica migliorativa al testo originale del ddl Calderoli c’è stata. Tuttavia, rimangono ancora grandi criticità. Alcuni esempi: le Regioni possono chiedere qualsiasi forma di autonomia su 23 materie, senza dare motivazioni; il Parlamento viene di fatto esautorato sia dalla valutazione e approvazione delle maggiori autonomie richieste, sia nella fase iniziale dalla definizione dei Lep [i Livelli essenziali delle prestazioni, cioè quei servizi minimi che tutte le Regioni devono comunque garantire, anche se diventano autonome su certe materie, ndr]; l’assegnazione di maggiori autonomie avviene prima che siano definiti e finanziati i Lep; non sono previsti maggiori oneri per la finanza pubblica per raggiungere i Lep e per recuperare i divari tra le varie aree del Paese.

Diversi esponenti di maggioranza hanno detto che se oggi ci sono problemi nella sanità il motivo è proprio che l’autonomia differenziata non c’è, e quindi implementarla può risolvere le criticità. Cosa ne pensa?

Alla maggior parte dei residenti al Sud non sono garantiti nemmeno i Livelli essenziali di assistenza, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket. Questo alimenta la fuga verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie. Di conseguenza, è impossibile affermare che le maggiori autonomie in sanità possano risolvere le diseguaglianze esistenti. Peraltro, tutte le Regioni del Sud, con l’eccezione della Basilicata, e il Lazio sono oggi alle prese con i Piani di rientro, o addirittura commissariate (Calabria e Molise) e nessuna di loro in questo momento può richiedere maggiori autonomie in sanità.

Il problema delle diseguaglianze regionali in sanità esiste, ma la soluzione non è l’autonomia differenziata: servono nuovi criteri di riparto delle risorse, una revisione dei Piani di rientro per favorire lo sviluppo organizzativo e soprattutto maggiori capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni. Non si possono ‘distribuire’ oltre 130 miliardi di euro alle Regioni e poi monitorarle con poco più di 20 indicatori che ‘catturano’ solo in minima parte gli enormi disagi delle persone.

da Fanpage