Il magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Milano Gaetano La Rocca ha accolto il reclamo del presunto boss di Tropea Francesco La Rosa, detenuto in regime di 41-bis nella Casa di Reclusione di Opera, e ha ordinato all’amministrazione di garantire quattro ore d’aria al giorno oltre un’ora di socialità, dando finalmente attuazione a una recente sentenza della Corte costituzionale fin qui mai concretamente applicata.
In udienza il pm aveva chiesto il rigetto; la difesa, rappresentata dall’avvocato Sandro D’Agostino, ha insistito sul carattere vincolante del dictum della Consulta.
Il fatto e il provvedimento
Il Tribunale di Sorveglianza ha riconosciuto un pregiudizio attuale e grave ai diritti soggettivi del detenuto. Da qui il dispositivo che impone alla Direzione di Opera di consentire a La Rosa quattro ore all’aperto ogni giorno, più un’ora di socialità. Non è una deroga alla sicurezza, ma l’applicazione della regola generale disposta dalla Corte Costituzionale.
La Consulta e il “surplus di punizione”
La Corte costituzionale ha giudicato irragionevole il tetto delle due ore al 41-bis, definendolo un “surplus di punizione” che non migliora la sicurezza e va anche in contrasto con la Costituzione. La sicurezza, ha spiegato la Consulta, si tutela con la selezione dei gruppi di socialità e con l’organizzazione interna, non sottraendo aria e luce oltre il necessario. Il giudice milanese recepisce quel principio e lo traduce in prassi.
Perché è una svolta
Per mesi, dopo la sentenza della Consulta, le quattro ore sono rimaste spesso inapplicate nella quotidianità degli istituti di massima sicurezza.
L’ordinanza di Milano spezza l’inerzia amministrativa e riafferma che anche nel regime differenziato la legalità costituzionale è un limite invalicabile. Il 41-bis resta intatto nella sua funzione di isolamento dei collegamenti, ma viene corretto nel profilo dichiarato illegittimo.
Chi è il detenuto
Francesco La Rosa, nato a Tropea nel 1971, è indicato dagli inquirenti come figura di rilievo della ’ndrangheta vibonese e al vertice dell’omonimo clan egemone nella perla del Tirreno e alleato con la più potente cosca dei Mancuso di Limbadi. In primo grado è stato condannato a venti anni di reclusione nell’ambito del maxi processo “Maestrale”. Anche per questo motivo si trova detenuto al carcere duro.
Cosa succede ora
Spetta alla Direzione dell’istituto adeguare turnazioni e gruppi di socialità per dare esecuzione al provvedimento, bilanciando diritti e sicurezza. L’ordinanza ribadisce un punto semplice e non negoziabile: anche nel circuito più rigido, aria, luce e dignità non sono concessioni, ma diritto costituzionale.



