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La raccolta delle olive è iniziata in Calabria, ma l’olio rischia di restare sugli alberi: allarme manodopera

Il profumo di olive fresche è tornato a farsi sentire nell’aria, annunciando l’inizio della raccolta tra i filari che disegnano il paesaggio dalla Piana di Sibari fino alle colline del Pollino e della Sila greca.

Si rinnova un rito antico, centrale non solo per la produzione agricola, ma per l’identità materiale e spirituale di un territorio che affonda le radici nella civiltà rurale.

Un atlante genetico di biodiversità viva

Qui l’olivo è ben più di una monocultura: è un vero e proprio atlante genetico che racchiude una biodiversità straordinaria. Tra le varietà spiccano:

  • La Dolce di Rossano, nota per la sua carnosità e nobiltà.
  • La Carolea, regina indiscussa per la resa in olio.
  • La Tondina di Cassano, piccola e intensamente aromatica.
  • L’Ottobratica, che anticipa la raccolta regalando oli verdi e pungenti.
  • Antiche madri come la Pennulara di Saracena e la Sinopolese.
  • Nuovi “innesti culturali” come la Coratina, che in questa zona ionica trova una mineralità irripetibile.

Questo patrimonio è riconosciuto a livello nazionale: la dorsale in questione è la più densamente rappresentata in Italia nell’Associazione Nazionale “Città dell’Olio”, con numerosi comuni aderenti e altri in fase avanzata di adesione, tra cui Corigliano-Rossano, Cassano allo Ionio, Cerchiara, e Castrovillari.

L’emergenza silenziosa: la manodopera che non c’è

Nonostante la ricchezza delle varietà e il valore culturale, la campagna olivicola che si apre oggi si trova di fronte a una variabile critica che pesa più del clima: la manodopera non si trova.

“Non si trova gente per raccogliere” è l’allarme unanime levato da frantoiani e aziende, da Villapiana a Cropalati. È un’emergenza silenziosa caratterizzata da:

  • Un numero sempre minore di braccianti stagionali.
  • La completa assenza di giovani interessati.
  • L’aumento dei costi del lavoro.
  • Una burocrazia giudicata insostenibile.

Senza forza lavoro, l’olio resta inesorabilmente sull’albero. Questo scenario non riguarda più solo l’ortofrutta o la viticoltura, ma l’ulivo, che è il cuore stesso dell’economia mediterranea.

La posta in gioco: un asset economico da 500 milioni

La posta in gioco è alta. Secondo l’ISMEA, la filiera olivicola calabrese genera un valore annuo di oltre 500 milioni di euro, considerando la produzione e l’economia derivata, con un potenziale di export che è ancora largamente inespresso.

Questa campagna non è, dunque, solo un evento agricolo: è una vera e propria prova di maturità culturale e strategica. Il nord-est calabrese dovrà dimostrare di saper trattare l’olio non come un semplice ricordo o un rito, ma come un asset economico centrale per il proprio futuro.

La risposta alla crisi della manodopera e alla sfida della valorizzazione non verrà, come sempre, dall’albero, ma dalla politica e dal mercato. (fonte ecodellojonio)