Il dissesto idrogeologico che continua a flagellare la Calabria non può essere ridotto a una semplice fatalità o alla sola violenza del maltempo, ma è il risultato di un intreccio profondo tra fragilità naturale, scelte umane discutibili e una cultura politica che troppo spesso rincorre l’emergenza invece di prevenirla. Mariaelena Senese, Segretaria generale Uil Calabria, e Pasquale Barbalaco, Segretario regionale Uila Calabria, sottolineano come la regione sia strutturalmente vulnerabile a causa di un territorio montuoso che degrada rapidamente verso il mare, con bacini idrografici brevi e fiumare capaci di trasformarsi in poche ore in torrenti distruttivi. In un contesto simile, la prevenzione dovrebbe rappresentare una priorità assoluta e permanente, eppure la realtà dei fatti racconta una storia di occasioni mancate e ritardi burocratici non più sostenibili.
Secondo l’analisi dei sindacalisti, la sola spiegazione climatica non basta a giustificare i disastri attuali, poiché una parte decisiva della vulnerabilità deriva da decenni di urbanizzazione in zone a rischio, pianificazioni poco lungimiranti e una manutenzione ordinaria che resta uno dei nodi più critici della macchina amministrativa calabrese. Molti comuni, piccoli e con uffici tecnici sottodimensionati, non riescono a garantire la pulizia costante degli alvei o il monitoraggio dei versanti, intervenendo quasi esclusivamente a danno già avvenuto. A questo quadro si aggiunge lo spopolamento delle aree interne, che ha sottratto al territorio il presidio umano fondamentale per la cura dei boschi e dei terrazzamenti, lasciando il suolo senza una gestione attiva e facilitando così il verificarsi di frane e smottamenti.
Sul fronte economico e istituzionale, il paradosso è evidente: il problema non riguarda la mancanza di risorse, ma l’incapacità di trasformarle in cantieri ed opere concrete. I dati parlano chiaro, con una fetta consistente dei fondi europei e nazionali che resta spesso inutilizzata a causa di lungaggini burocratiche e carenze progettuali. Senese e Barbalaco evidenziano come la gestione del rischio sia frammentata tra troppi enti, portando a una dinamica per cui lo stato di emergenza diventa l’unico strumento capace di sbloccare fondi e procedure, rendendo l’eccezione la regola. Questa logica deve essere invertita subito attraverso interventi importanti e strutturali che mettano al centro la manutenzione costante e un controllo severo del territorio, per evitare che la Calabria continui a vivere ciclicamente lo stesso copione fatto di promesse elettorali e normalità fragili.



