L’ingresso della tecnologia nelle aule di tribunale sta delineando nuovi confini tra efficienza e responsabilità professionale, come dimostra il recente caso di un avvocato di Siracusa sanzionato per un uso improprio degli strumenti digitali. La vicenda ha preso il via durante una causa civile riguardante un contratto di sublocazione, nel corso della quale il legale ha presentato quattro precedenti giurisprudenziali della Cassazione a sostegno della propria assistita, citando persino specifici passaggi testuali. Tuttavia, una verifica condotta dal Tribunale ha rivelato che nessuna di quelle sentenze conteneva i brani riportati, portando alla luce un errore sistematico generato dall’intelligenza artificiale generativa e aggravato dalla totale assenza di una verifica umana sulle fonti.
Nella sentenza dello scorso 20 febbraio, i giudici hanno chiarito che l’unica spiegazione compatibile con l’accaduto è l’affidamento cieco a un output automatizzato senza il necessario riscontro sui testi originali. Sebbene la Legge 132/2025 consenta l’uso dell’IA nelle professioni intellettuali, la normativa stabilisce con fermezza che tali strumenti possono agire solo come supporto e mai in sostituzione del professionista, il quale mantiene la piena responsabilità giuridica e l’obbligo di trasparenza verso il cliente.
Il caso solleva una questione centrale sul futuro della professione forense: l’automazione può certamente velocizzare la ricerca e l’analisi di grandi volumi di dati, ma non può esentare l’avvocato dal dovere di controllo. Come sottolineato anche dalla Camera Penale di Siracusa, l’utilità dell’IA è fuori discussione quando serve a ottimizzare i tempi, ma il mancato riscontro documentale rischia di trasformarsi in una colpa grave o in un abuso del processo. In definitiva, l’innovazione tecnologica deve restare un mezzo al servizio del giurista, poiché solo la supervisione umana può garantire l’attendibilità delle fonti e la correttezza dell’azione giudiziaria.



