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Uccise il figlio a Lamezia, riconosciuta la seminfermità: Francesco Di Cello condannato a 12 anni

La Corte d’Assise di Catanzaro ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti di Francesco Di Cello, imputato per l’uccisione del figlio Bruno, fatto avvenuto a Lamezia Terme il 2 maggio 2025. I giudici hanno stabilito una pena di dodici anni di reclusione, accogliendo una linea interpretativa che ha posto al centro del dibattimento la salute mentale dell’uomo e il contesto di estrema tensione in cui è maturato il delitto.

La valutazione sulla capacità di intendere e di volere

Il verdetto riflette quanto emerso durante l’istruttoria, dove è stata riconosciuta la seminfermità mentale dell’imputato. La Corte ha ritenuto che la capacità di autodeterminazione di Francesco Di Cello fosse profondamente compromessa al momento del tragico evento. Tale condizione è stata ricollegata sia allo stato di salute generale dell’uomo, sia a una forma di coercizione psichica interna scaturita da un clima familiare ritenuto esasperante.

Le circostanze attenuanti generiche sono state considerate prevalenti rispetto all’aggravante del vincolo di parentela. Questo bilanciamento ha portato alla determinazione di una pena inferiore rispetto ai massimi edittali previsti per l’omicidio, valorizzando l’assenza di una piena e lucida volontà omicida.

Il ruolo del contesto familiare e della perizia medica

Un elemento determinante per la decisione dei giudici riguarda i comportamenti vessatori che, secondo quanto ricostruito nel corso del processo, la vittima avrebbe esercitato per lungo tempo nei confronti dei propri familiari. Questa situazione avrebbe inciso in modo decisivo sull’equilibrio psichico dell’imputato, portandolo a compiere il gesto in un momento di totale smarrimento.

Il professor Ferracuti, perito medico-legale incaricato di esaminare il caso, ha fornito valutazioni decisive sottolineando non solo il quadro clinico dell’uomo, ma anche l’onestà intellettuale dimostrata durante l’intera vicenda giudiziaria. La sua analisi ha supportato la tesi di una volontà delittuosa attenuata dalla patologia e dalle circostanze esterne.

Convergenza tra accusa e difesa sulla pena

Il processo ha visto una sostanziale convergenza tra le richieste formulate dal Pubblico ministero e le tesi sostenute dai difensori, gli avvocati Giuseppe Spinelli e Renzo Andricciola. Entrambe le parti hanno sollecitato un riconoscimento delle fragilità psichiche dell’imputato, concordando sulla necessità di una pena che tenesse conto della complessa realtà umana e clinica in cui è avvenuto l’omicidio.