di Gianluca Sportaro
C’è un vizio antico, comodo e pericoloso, che torna puntuale ogni volta che una notizia riguarda la Calabria: prima ancora di cercare le fonti, prima ancora di distinguere un fatto da un’ipotesi, prima ancora di capire chi sia vittima e chi sia carnefice, c’è già chi non vede l’ora di pronunciare la solita sentenza: “Ecco, la Calabria”.
È un riflesso quasi automatico. Parte della stampa, parte della politica e una certa opinione pubblica sembrano aspettare solo l’occasione giusta per rimettere sulla regione la solita etichetta: terra difficile, terra irrecuperabile, terra dove non conviene investire.
Ma ogni volta che questa narrazione viene ripetuta senza rigore, senza prudenza e senza fonti solide, non si sta semplicemente commentando una notizia. Si sta producendo un danno economico.
Perché la reputazione di un territorio non è un concetto astratto. È capitale. È fiducia. È capacità di attrarre investimenti, imprese, turismo, logistica, competenze e lavoro. Quando giornali, opinionisti e politici parlano della Calabria con superficialità, stanno indebolendo un asset economico collettivo. Stanno colpendo le sue imprese, i suoi giovani, i suoi professionisti, i suoi lavoratori, i suoi investitori e tutti quelli che, ogni giorno, provano a costruire qualcosa in una terra già troppo spesso costretta a difendersi invece che a crescere.
La vicenda del presunto mancato investimento di Amazon a Gioia Tauro è l’ennesimo esempio di questo meccanismo perverso.
Se dalle carte dell’inchiesta emergono eventuali pressioni, tentativi di condizionamento o interessi criminali attorno a un investimento, il fatto è gravissimo. Nessuno dovrebbe minimizzarlo. Nessuno dovrebbe negarlo. Nessuno dovrebbe girarsi dall’altra parte.
Ma una cosa è raccontare un’inchiesta. Un’altra è trasformarla in una condanna economica e morale contro un’intera regione.
La ’ndrangheta non rappresenta questa terra. Confondere la Calabria con chi la opprime significa fare un favore enorme proprio a quel sistema criminale che si dice di voler combattere. Significa rendere ancora più difficile l’arrivo di capitali sani, scoraggiare gli investitori seri, aumentare la percezione del rischio e rendere più fragile il tessuto produttivo locale.
In economia, la fiducia vale quanto un’infrastruttura. A volte anche di più.
Un’impresa che valuta un investimento non guarda solo terreni, costi, porti, strade e incentivi. Guarda anche il clima generale. Guarda la reputazione del territorio. Guarda la capacità delle istituzioni di proteggerla. Guarda come quel territorio viene raccontato. E se la narrazione pubblica continua a dire che la Calabria è solo problema, solo rischio, solo criminalità, allora il danno diventa concreto: meno investimenti, meno lavoro, meno indotto, meno futuro.
Eppure, ogni volta, il copione è lo stesso. Quando qualcosa accade in Calabria, la narrazione diventa immediatamente collettiva, geografica, quasi antropologica. Non si parla più di responsabilità precise, di soggetti, di fatti, di omissioni istituzionali, di protezione degli investimenti, di controlli, di sicurezza economica. No. Si preferisce l’etichetta: Calabria uguale problema.
È una scorciatoia intellettuale. Ed è anche una forma di ingiustizia economica.
Perché, se il criterio fosse davvero quello secondo cui un territorio va giudicato dalla presenza di infiltrazioni criminali, allora bisognerebbe avere l’onestà di applicarlo a tutta Italia. La criminalità organizzata non vive solo nei luoghi in cui è nata. Si muove dove c’è economia, dove ci sono appalti, dove ci sono grandi opere, dove ci sono flussi di denaro. È presente al Nord, al Centro, nei distretti produttivi, nei settori più redditizi, nelle aree industriali più avanzate.
Ma quando accade altrove, nessuno si sogna di dire che un’intera regione sia irrecuperabile. Nessuno mette in discussione il valore economico di Milano, Bologna, Torino, Genova o Verona perché lì vengono scoperte infiltrazioni mafiose. Si parla giustamente di inchieste, di clan, di responsabilità, di imprese infiltrate, di zone d’ombra.
Quando invece si parla di Calabria, il giudizio diventa totale. La colpa passa dal criminale al territorio.
Questa non è informazione. È pregiudizio travestito da analisi.
Ed è un pregiudizio che costa.
Costa in termini di investimenti mancati. Costa in termini di posti di lavoro non creati. Costa in termini di giovani che partono. Costa in termini di imprese che faticano ad accedere al credito, a farsi prendere sul serio, a presentarsi sui mercati nazionali e internazionali senza dover prima superare il muro invisibile della diffidenza.
La Calabria non parte da una posizione facile. I dati economici raccontano una regione che ha ancora un enorme divario da colmare: il PIL pro capite resta tra i più bassi d’Italia, il mercato del lavoro è fragile e la distanza infrastrutturale dal resto del Paese pesa come un macigno. Ma proprio per questo ogni narrazione sbagliata diventa ancora più grave, perché colpisce una terra che avrebbe bisogno di essere messa nelle condizioni di competere, non di essere continuamente screditata.
Allo stesso tempo, però, ridurre la Calabria solo ai suoi ritardi è un’altra falsificazione.
Gioia Tauro non è un posto qualunque. È uno degli snodi logistici più importanti del Mediterraneo. Il porto ha chiuso il 2025 con numeri record: parliamo di una piattaforma strategica naturale, collocata su una delle rotte commerciali più importanti tra Suez e Gibilterra, in grado di rappresentare una leva enorme per il Sud, per l’Italia e per l’Europa.
La Calabria non manca di posizione. Non manca di intelligenza. Non manca di forza lavoro. Non manca di imprenditori. Non manca di potenziale. Non manca nemmeno di asset strategici.
Manca, troppo spesso, una protezione politica, istituzionale e reputazionale all’altezza del valore economico che questa regione potrebbe esprimere. Perché, se un grande investimento rischia di saltare per pressioni criminali, la domanda seria non è: “Perché investire in Calabria?”. La domanda seria è: “Perché lo Stato non riesce ancora a garantire, in modo pieno, stabile e visibile, che in Calabria si possa investire senza paura?”.
Ed è una domanda che riguarda Roma, non solo Reggio Calabria o Catanzaro. Riguarda le politiche industriali, la sicurezza economica, il credito, le infrastrutture, la giustizia, i tempi amministrativi, la capacità di accompagnare gli investitori e di difendere le imprese sane.
La legalità non è solo un valore morale. È una condizione economica.
Dove c’è legalità, il capitale arriva più facilmente. Dove c’è certezza, le imprese pianificano. Dove c’è fiducia, nascono filiere. Dove c’è protezione istituzionale, gli investimenti non scappano. Dove invece passa l’idea che un territorio sia lasciato solo, ogni progetto diventa più fragile. È qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.
Quando un giornale o un politico usa la Calabria come sinonimo di fallimento, non sta combattendo la mafia. Sta colpendo anche chi la mafia la subisce. Sta togliendo fiducia a chi vorrebbe investire. Sta alimentando la fuga dei giovani. Sta rendendo più difficile il lavoro di chi prova a costruire il futuro.
Soprattutto, sta facendo una cosa economicamente irresponsabile: sta svalutando un territorio.
Ogni regione ha un capitale reputazionale. La Calabria ne ha già pagato abbastanza il prezzo. Se vogliamo davvero combattere la criminalità organizzata, non dobbiamo consegnarle anche il racconto pubblico della regione. Non dobbiamo lasciare che siano i clan, le inchieste e i titoli facili a definire il valore economico di una terra.
E allora sì, parliamo pure del presunto mancato investimento. Parliamo delle inchieste. Parliamo delle presunte pressioni. Parliamo dei clan, dei nomi, delle responsabilità, delle omissioni e delle debolezze del sistema.
Parliamo della logistica mediterranea. Parliamo della ZES. Parliamo degli incentivi. Parliamo delle imprese che resistono. Parliamo dei giovani che potrebbero lavorare qui invece di partire. Parliamo del costo economico del pregiudizio.
Perché una terra non si giudica dai criminali che la feriscono. Si giudica dalle persone che continuano a difenderla, nonostante tutto. E si giudica anche dalla capacità dello Stato e delle sue classi dirigenti di trasformare i suoi asset in sviluppo reale.
E in economia, come nella politica, il primo investimento da fare sulla Calabria è forse il più semplice e il più difficile: smettere di svalutarla.



