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Tragedia di Amendolara, il monito di monsignor Savino: «Il caporalato è una forma moderna di schiavitù»

Il drammatico rogo sulla strada statale 106 nei pressi di Amendolara, costato la vita a quattro persone, scuote nel profondo la coscienza sociale e civile del territorio. Davanti a quattro corpi ridotti in cenere non è possibile limitarsi al cordoglio di circostanza o al linguaggio neutro della cronaca. L’evento rappresenta una ferita morale, sociale e spirituale che impone una riflessione profonda sul sistema del caporalato e sulle condizioni di vulnerabilità in cui versano molti lavoratori migranti.

Il fenomeno dello sfruttamento nei campi non può essere considerato una stortura marginale, bensì una vera e propria struttura di dominio che prospera dove il bisogno si trasforma in catena e la fragilità viene convertita in profitto. Questi meccanismi crescono spesso nelle zone grigie, alimentandosi di silenzi interessati e di omertà minute, laddove la legge arriva tardi e il controllo sociale si dimostra debole.

L’appello alle istituzioni e la necessità di un’azione preventiva

A fronte di questa tragedia, emerge la richiesta perentoria che si faccia piena luce sulle dinamiche dell’accaduto, scendendo nei cunicoli bui in cui si incontrano illegalità, ricatto e controllo del territorio. Lo Stato è chiamato a garantire una presenza forte e costante, che si manifesti non soltanto dopo gli eventi tragici, ma in via preventiva attraverso controlli continui e rigorosi nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento e sul fronte dei trasporti e degli alloggi irregolari.

La tutela e la protezione di chi denuncia risultano passaggi fondamentali per scardinare le reti di sfruttamento. Il mondo politico, le istituzioni, il comparto agricolo e le imprese sono sollecitati a un soprassalto pubblico, superando la logica della rassegnazione e della normalizzazione dell’illegalità.

Oltre l’accoglienza, la sfida dell’integrazione e della mobilitazione civile

La scomparsa di questi quattro lavoratori evidenzia la necessità di una mobilitazione civile che si traduca in un patto nuovo per la dignità del lavoro e per la liberazione dei territori da ogni forma di intimidazione. Le comunità sono chiamate a interrogarsi sulle proprie abitudini e a promuovere un percorso di integrazione concreta e quotidiana che coinvolga la scuola, le parrocchie, le istituzioni e le famiglie.

L’integrazione non può ridursi a un gesto incompiuto o a una gestione dell’emergenza tramite contratti precari o soluzioni temporanee. Un cammino lungimirante di inclusione richiede l’accesso ai servizi, l’apprendimento della lingua, il rispetto delle leggi e la creazione di effettivi luoghi di incontro in cui superare diffidenze e paure, riconoscendo il valore di ogni persona all’interno della comunità.

Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano All’Jonio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana