Ven 30 Lug 2021
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“Il pesciolino che sapeva volare” la favola che abbatte le diversità dell’autismo

di Anna Zupi

Non è semplice spiegare alcune tematiche, non è semplice neanche accettarle. La psicoterapeuta Anna Scaglione è riuscita con favole belle e delicate, ma anche educative ad abbattere il muro della diversità. Il suo libro “Il pesciolino che sapeva volare” non ha la pretesa di trovare una “cura”, in questo caso all’autismo, ma di aiutare adulti e bambini con alcuni concetti spesso adultizzati.
Timo è il protagonista che con parole semplici cattura l’attenzione di grandi e piccini. Le illustrazioni magistrali di Laura Mauro, rendono armoniosa la lettura.
Quando hai un sogno, la paura più grande è realizzarlo. Quando hai un sogno il desiderio più grande è condividerlo” afferma la dottoressa Scaglione, che con tenacia porta avanti questo progetto da otto anni. Il pesciolino che sapeva volare è il primo di una collana; ogni libro affronterà un disturbo diverso. 

Come nasce l’idea di questo libro?
Un giorno in studio un paziente, un professionista mi chiede che cos’è un disturbo bipolare. Dopo averglielo spiegato mi sono resa conto di quanto fosse difficile comprendere, attraverso una descrizione, qualcosa di strettamente soggettivo e, mi sono chiesta quanto fosse difficile per bambini comprendere una diagnosi, propria o di una persona vicina, così ho pensato al modo, a mio parere più semplice di farlo, attraverso le favole.

Ma quella che hai scritto non è propriamente una favola…
No, è quella che io ho chiamato “FAVOLOCCA” una favola in filastrocca. 

E non è una scelta casuale vero?
No, non lo è. Le filastrocche sono facili da memorizzare al ritmo e alle rime, tanto facili da renderle fruibili nel corso dei secoli anche solo tramandate oralmente.
Sono uno strumento utilissimo per stimolare il linguaggio, per aiutare i bambini nell’apprendimento scolastico e per stimolare le loro capacità cognitive e di memorizzazione. Le filastrocche vengono incontro alle esigenze delle diverse fasi di sviluppo della vita dei bambini. Assumono il ruolo di prime forme ed esercizi di comunicazione non solo nella diade ma anche tra pari. Possono essere lette o recitate anche mentre il bambino svolge altre attività in quanto abituerà il bambino all’uso del linguaggio e della memoria, aiutandolo ad ampliare il vocabolario e a nutrire la creatività. 

Ma oltre alle parole sono presenti una serie di illustrazioni..
Si, illustrazioni a cui io sono particolarmente legata che nascono e vivono grazie a Laura Mauro, una straordinaria artista del Cilento che è riuscita a dare forma ad ogni mio personaggio e con cui abbiamo iniziato una meravigliosa collaborazione.. Aspettatevene delle belle!!! 

Qual è lo scopo del tuo libro?
La favola vuole diventare spunto e motore per affrontare temi troppo spesso adultizzati e adultizzanti e perciò, poco fruibili ai più piccini, perché, a pensarci bene molto spesso sono proprio i bambini a confrontarsi per primi con i temi centrali delle nostre favole. Educhiamo i nostri bambini alla diversità che non può essere interpretata come limite ma come possibilità- educhiamo i bambini alla compassione che non è pena ma l’appassionarsi alle emozioni e agli stati d’animo altrui, senza giudicarli ma lasciando a ciascuno lo spazio per esprimersi. 

La favola di Timo “il pesciolino che sapeva volare” racconta non solo di un disturbo, ma di emozioni, di sentimenti, di persone e le spiega attraverso la lente di uno specialista ma, soprattutto, attraverso gli occhi dei bambini. 

Sono favole semplici, per poter essere comprese dai bambini, ma capaci di suscitare l’interesse anche degli adulti. 

Lo scopo non è curare, eliminare un sintomo e far sì che questo non si ripresenti, ma trasformare una malattia, un evento o una difficoltà, etichettata come “negativa”, in qualcosa di nuovo, in qualcosa di utile e prezioso e soprattutto, in qualcosa di non spaventoso. 

Perché la strega si chiama “Accettina”?
“Accettina” nasce con L’ACT (acronimo di Acceptance and Commitment Therapy) una terapia comportamentale che mette in discussione le regole di base della psicologia occidentale convenzionale. La parola ACT (in inglese significa “azione”) traduce i tre principali passi proposti dalmodello: Accept thoughts and feelings, Choose directions, and Take action (accetta i pensieri e le emozioni, scegli le priorità, agisci). 

Io sono “Accettina”! Lo sono davvero. Come lei, ho provato, sperato, creduto, di aiutare tutti, soprattutto me stessa, con una “ricetta”. Ci ho messo un po’ a capire che, non c’è incantesimo, nessuna pozione, in grado di confortare il dolore. 

Il dolore per la perdita di un figlio, di una madre, di un padre o della persona che ami; il dolore dell’abbandono, della solitudine o della malattia, il dolore del “non so che”.
La cerchiamo ovunque quella ricetta, tra libri, farmaci, e dottori. Nulla.  Poi ho scoperto quella parola magica e odiosa. Si odiosa, perché ad un primo ascolto sa di impotenza, di nichilistico, accettazione. Non mi piace neppure il suono, troppo duro, dentale. Sembra non ti dia scampo, che ciascuno di noi sia destinato a subire un qualcosa. Allora l’ho barattata con accoglienza. È più, «confortevole»! Ora, senza addentrarmi troppo nella linguistica, che non mi compete, accogliere deriva da una presunta forma latina: accolligere, da colligere che, è a sua volta composto da co- (insieme) e lègere (raccogliere), «ricevere qualcuno o qualcosa». L’accoglienza perciò, è un’apertura: ciò che viene raccolto, ricevuto, ciò che viene fatto entrare – in una casa, in un gruppo, in sé stessi. Chi accoglie però, oltre a ricevere, si offre, si spalanca verso l’altro. È un mettersi in gioco.
Ogni personaggio della storia esiste davvero, è sempre esistito, esisterà sempre.
Ogni storia raccoglie un’altra storia, mia, tua, di un’amica lontana, del vicino di casa, dell’uomo alla fermata dell’autobus. Ogni storia, nasconde (e neppure tanto) una strategia, un modo di pensare e di essere accogliente.