Sab 25 Giu 2022
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Il ricordo di Berlinguer anche a Cosenza

“Idealizzare è sovente illusorio, perfino imprudente …
L’Idealizzazione di una personalità, poi, il più delle volte è foriera di delusioni …
Esistono però le eccezioni …”

Quando Enrico Berlinguer lasciò la dimensione terrena, io dovevo ancora compiere i cinque anni … Ovviamente, non avevo definito un orizzonte ideale di riferimento; di quella fase della mia esistenza, conservo, in ogni caso, diversi segmenti di memoria: immagini familiari, grembiuli colorati, passaggi televisivi, attimi di felicità sportive, motivi musicali, parole, volti e nomi … Ecco, quel nome, Enrico, e quel cognome, Berlinguer, unitamente al suo volto serenamente malinconico, sono presenti nei ricordi di quegli anni spensierati … Non sapevo chi fosse, né cosa rappresentasse: lo vedevo, lo sentivo nominare in TV e anche in famiglia, spesso in associazione – negli anni successivi avrei capito che, in realtà, si trattava di contrapposizione – con un altro signore, rispondente al nome di Bettino Craxi.

Ero un bambino sensibile e curioso, che si legava istantaneamente alle immagini e alle parole che lo colpivano: i racconti dei nonni sugli anni della guerra stavano aprendo la strada alla mia predilezione per le scienze storiografiche; l’esultanza trascinante di papà per un gol realizzato da un ragazzo vestito di bianconero – non ricordo se fosse Michel Platini o Paolo Rossi, altri volti e nomi ricorrenti negli echi di quel tempo – era stata una folgorazione e aveva già indotto la mia interiorità a fondersi per sempre con l’Amore verso la Juventus; una bandiera rossa, con un disegno giallo, sventolante in un angolo del mio paese, Cerisano, in occasione di una Festa dell’Unità, era stata la scintilla che mi avrebbe portato ad abbracciare le idee, i valori, la concezione filosofica dell’immanenza che serbo ancora oggi nel Cuore e che non abbandonerò mai.

Dei giorni di Padova, del comizio in Piazza della Frutta, della trepidazione successiva, della notizia inerente alla dipartita ho ricordi sfumati, sbiaditi, ma conservo due momenti ben definiti: quel nome e quel cognome, Enrico Berlinguer, che Aldo Biscardi pronuncia in apertura di una puntata del suo Processo del Lunedì, per omaggiarne la figura di politico amante dello sport, e una distesa di drappi rossi, immensa, luminosa, suggestiva, sovrastata da una fila di statue che sembrano vegliare su quella moltitudine; era una ripresa dall’alto di Piazza San Giovanni, a Roma, affollata per l’ultimo saluto al Segretario più amato del più grande Partito Comunista dell’occidente. E in quell’occasione, almeno nel mio ricordo, ho per la prima volta chiaramente associato quel nome, Enrico Berlinguer, e quel volto, serenamente malinconico, che avevo visto in televisione, a quella bandiera rossa con un disegno giallo che aveva ornato per una sera un angolo del mio paese; mi è sovvenuto, quindi, un simbolo – una falce e un martello incrociati e una stella di colore giallo, spiccanti su una bandiera rossa, dietro a cui faceva capolino un tricolore – che tante volte avevo visto insieme a quel volto e che solo in quel momento avevo veramente messo a fuoco. In quel momento, in un giorno di tarda primavera del 1984, ho iniziato a dare contenuto alle emozioni in cui trovano forma e sostanza le idee.

Emozioni che in tanti stiamo rivivendo oggi, nel centenario della nascita del Compagno Enrico Berlinguer, una personalità che è un’eccezione nei percorsi d’idealizzazione … Un’eccezione d’idealizzazione che ancora Emoziona … Ed è tanto … Già, è veramente tanto … Anzi, è tutto: per immaginare e contribuire a costruire un Mondo migliore, una Società più giusta, una Realtà connotata dal rigore morale, quello che nella forma trova sostanza, non si devono necessariamente compiere imprese rivoluzionarie, non occorre per forza trascinare le folle, non è obbligatorio penetrare nei meandri filosofici dell’ideologia … Basta sapersi emozionare …

È l’emozione, infatti, che rende speciale, possibile, perfino reale il nostro idealizzare.