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A Cerisano, la leadership e il deserto, la nostalgia e la contemporaneità

Di Pierfrancesco Greco

“Un leader, per essere tale, deve avere un orizzonte, una visione, deve indicare una destinazione” … Il pomeriggio è al suo epilogo e la sera, con i suoi colori sfumati, già sfiora le merlature e il selciato, quando, in questo venerdì di settembre, nel Cortile del Pozzo di Palazzo Sersale, a Cerisano, Antonio Funiciello, già capo di gabinetto del Presidenti del Consiglio Paolo Gentiloni e Mario Draghi, articola la frase che compendia il senso di un libro, di un suo libro, “Leader per forza – Storie di leadership che attraversano i deserti”. Un libro, impegnativo nei contenuti e piacevole alla lettura, articolato nell’intreccio e chiaro nella scrittura, presentato ieri pomeriggio, nell’ambito del Festival Delle Serre, tra le suggestioni del patio attorno a cui sorge l’antica residenza ducale cerisanese, durante una tavola rotonda, moderata da Giorgio Zanchini, notissimo giornalista culturale, autorevole volto e voce di programmi televisivi – quali “Quante Storie, “Rebus”, su Rai 3, e “5000 anni e + la lunga storia dell’umanità” su Rai Storia – e radiofonici – come “Radio anch’io”, trasmissione mattutina di Rai Radio 1 – e a cui hanno offerto riflessioni e spunti di discussione l’Autore del volume, Funiciello, Gianluca Passarelli, professore di Scienza Politica presso La Sapienza, e il sindaco di Cerisano, Lucio Di Gioia. Riflessioni e discussioni che, come avrò l’opportunità e il privilegio di raccontare a Zanchini, dopo la presentazione, riescono a catalizzare la mia attenzione, suscitando in me la voglia di approfondire l’argomento, anche oltre l’argomento medesimo: “dottor Zanchini, mi è successa la stessa cosa che avverto quando seguo le sue trasmissioni, cioè mi pervade la voglia di documentarmi, e, documentandomi, sulla nave della voglia di conoscere, giungo ad approdare su lidi anche lontani dal punto di partenza”. “E’ la cosa più bella da sentire per chi, come me, fa questo mestiere – risponde Zanchini -: essere riusciti ad aprire nuove vie di conoscenza … Quando questo succede, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro risultato”. E, lo reitero, è ciò che succede anche durante la presentazione del summenzionato libro, ruotata attorno alle considerazioni che Funiciello, con rigore analitico e immediatezza narrativa, dovuta anche all’esperienza diretta rispetto a contesti ove certe tematiche costituiscono elementi connaturati alla quotidianità professionale, espone nel libro, secondo i canoni propri del racconto; un racconto che si enuclea tra leadership e leader, con lo sguardo sugli orizzonti nella Storia. Già, la Storia: in effetti, sfogliando le pagine del volume, si comprende subito il carattere storico dello stesso, o meglio, la contestualizzazione storica che l’autore, con acribia, adopera per porre in evidenza i caratteri, le peculiarità, le abilità su cui un leader e una leadership – che, evidenzia Passarelli, “può pure constare in una collettività, oltre che in un’individualità” – vanno a strutturarsi in modo da catalizzare quell’autorevolezza, quel riconoscimento, in certi casi – ma non sempre, sottolinea Funiciello – quel carisma, trattato diffusamente da Max Weber, capace di offrire visioni, comprendere e far comprendere le necessità e, appunto, indicare una destinazione. Su queste basi, i caratteri, le peculiarità, le abilità proprie di un leader e di una leadership vengono snocciolate lungo un percorso ideale che si snoda tra politica e rappresentanza, formazione e valori, stagnazione e mutamento, limiti e contraddizioni.

I relatori

Prendendo le mosse da Mosè, un leader esitante e non carismatico – e ciò, per l’Autore, non è necessariamente un fattore di debolezza – , in grado, però, di ricucire, con la sua autorevolezza, che matura, si evolve e, infine gli viene riconosciuta, gli strappi all’interno del popolo israelita – la cui vicenda, Funiciello, adopera come esempio di quella maturazione collettiva che, nel rapporto tra leader ed epigoni, si riscontra nelle vicende umane –, il racconto assume compiuta forma attorno ad alcune figure di leader definiti “trasformativi”, la cui impronta nella storia del mondo e in quella dei Paesi, delle nazioni di appartenenza è tangibile, determinante, indelebile: Golda Meir e Harry Truman, Camillo Benso Conte di Cavour e Abraham Lincoln, Nelson Mandela e Václav Havel. Figure tra loro diverse, per contesto spazio-temporale, idee, background e, tuttavia, accomunate dalla capacità di guardare lontano e progettare un itinerario, resistere nelle difficoltà e da esse ripartire, di rifuggire da pulsioni vanagloriose e fare quello che oggi viene definito gioco di squadra, di cercare il confronto e saper reggere lo scontro, di tenere saldi i valori in cui si crede – anche se può capitare di trovarsi al cospetto di leader che non credono in niente, se non nel potere personale, fine a se stesso – senza escludere il compromesso, fino a concepire di “intrare nel male, necessitato”, come Machiavelli scrive e prescrive nel Principe, qualora i supremi interessi dello Stato e della causa per cui ci si batte richiedano di agire secondo categorie non esattamente congruenti con quelle proprie della morale corrente. Un’analisi di carattere storico e politologico, che si apre anche a interessanti digressioni introspettive, sulla complessità di quella che Luciano Canfora indica come “la natura del potere”, vista dalla prospettiva di chi guida il cammino di una moltitudine o, come si dice in questi casi, si trova nella stanza dei bottoni; e tale analisi, che scorre con gradevole fluidità tra le pagine, sfocia continuamente nella contemporaneità, nell’immagine, che richiama ancora il racconto biblico di Mosè, di leader vaganti nel deserto, in una realtà globale mutevole e ancora priva di sbocchi chiari, su cui pone l’accento il sindaco Di Gioia, quando parla di “crisi sistemica della politica e della rappresentanza politica, che si riflette nell’attuale difficoltà, a parte qualche eccezione, di trovare ed esercitare leadership riconosciute e autorevoli”. Al riguardo, Funiciello si pone “una domanda di fondo – osserva Zanchini -, inerente a una questione centrale nelle democrazie contemporanee: il mondo è cambiato, gli assetti geopolitici, per come li abbiamo conosciuti nel corso del novecento, ma anche all’inizio del nuovo millennio, stanno tramontando; c’è il rischio che la liberldemocrazia e chi la guida non risultino più modelli appetibili ed efficienti. Cioè, in linea teorica, potrebbero apparire preferibili altri modelli, i quali hanno la possibilità di dare risposte più credibili alle domande che arrivano dalle comunità governate. Da ciò la domanda: chi può difendere oggi, se il mondo è quello descritto da Funiciello, le liberldemocrazie? Di che tipo di leader abbiamo bisogno?” La risposta dell’Autore, il quale, per indicare le qualità di una buona leadership, si sofferma su leader del passato, anche del più recente passato, lascia intendere che oggi, in questa epoca di transizione, “colma sia di rimpianto che di desiderio”, non esista un leader in grado di esercitare quell’influenza, di avere quell’autorevolezza trasformativa paragonabile a quella delle personalità assunte come riferimento nel libro: certo ci sono eccezioni, come Mario Draghi, chiamato da Mattarella, all’inizio del 2021, a “risolvere problemi”, come afferma Funiciello, di carattere strutturale, afferenti all’economia e alla pandemia che ancora imperversava, o come Angela Merkel; ma anche quella di quest’ultima, scrive Funiciello, “è una leadership irrisolta (…) simbolo dell’irrisolutezza di chi ha guidato negli ultimi anni i popoli occidentali (…), che si è limitata a reagire alle singole crisi con misure emergenziali”, senza lasciare “una durevole eredità politica”; in ultima analisi, una leadership priva di un orizzonte, di una visione, di una destinazione certa e tangibile. Ecco perché nel libro si parla di “nostalgia della leadership”. Ed è vero: quella in grado di disegnare il futuro, di conquistare le menti e i cuori, quella capace anche di far sognare, nel panorama mondano odierno è una leadership che non si vede.

Ormai la sera è arrivata, le luci artificiali hanno preso il posto dei fiochi raggi di questa fine estate: Zanchini chiede se fra il pubblico c’è qualcuno che voglia portare il proprio contributo: si fanno avanti Silvia Mazzuca, docente Unical, e Mimmo Talarico, politico calabrese. I loro interventi recano ulteriori argomenti, inducono altre riflessioni, anche puntualizzazioni e, in certi casi, critiche rispetto a quanto asserito durante il pomeriggio. La professoressa Mazzuca, nell’articolare il suo pensiero, cita Berlinguer: ed ecco, in me, nella mia mente, è naturale accostare le qualità che si richiedono a un leader a quelle del compianto segretario del Partito Comunista Italiano: egli non ebbe mai responsabilità di governo – era il tempo della “conventio ad excludendum” –, ma fu investito della responsabilità di guidare il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, portandolo al massimo risultato elettorale della sua storia. Fu, in altre parole, un leader di opposizione, che, tuttavia, seppe incarnare quelle qualità, anzi, quelle virtù di “buona leadership” di cui oggi si avverte tanta nostalgia. Soprattutto, Berlinguer, seppe realmente rispondere all’esigenza di essere “leader per forza”: nonostante un carattere risevato, un’indole morigerata e rigorosa fino all’eccesso, per dovere morale verso le sue idee, verso il suo partito, verso quella moltitudine di lavoratori e militanti che credevano nel progresso effettivo dell’umanità, nel “Sole dell’avvenire”, egli si accollò un peso enorme, camminando verso un orizzonte, indicando una destinazione, fino all’ultimo passo, fino all’ultima parola, fino all’ultimo respiro. Sì, c’è nostalgia, ma c’è pure speranza: la speranza di tornare a sognare e ad appassionarsi, in un orizzonte di libertà … Solo allora ci accorgeremo che sarà tornato il tempo dei buoni leader.