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WhatsApp diventa prova nei giudizi civili: la Cassazione riconosce la validità degli screenshot

Una recente sentenza della Cassazione ha aperto un nuovo capitolo nell’uso delle prove digitali nei tribunali italiani.

Con l’ordinanza 1254/2025, i messaggi di WhatsApp e i relativi screenshot sono stati riconosciuti come prove documentali valide nei giudizi civili, a patto che ne venga verificata l’autenticità.

Il caso di Pavia e la vvolta a Milano

Un caso civile apparentemente ordinario tra un cliente e una ditta di serramenti ha portato a questa storica decisione. Inizialmente, il Tribunale di Pavia aveva dato ragione al cliente, che aveva pagato solo un terzo dell’importo pattuito, per mancanza di prove scritte. Tuttavia, la Corte d’Appello di Milano ha ribaltato la sentenza, grazie a uno screenshot di una fattura scambiata su WhatsApp, che dimostrava gli accordi di pagamento iniziali.

Come funzionano gli screenshot come prove?

I messaggi di WhatsApp sono considerati documenti elettronici e rientrano nelle riproduzioni informatiche previste dall’articolo 2712 del Codice civile. Per essere validi, devono rispettare alcuni criteri:

  • Autenticità e provenienza: Deve essere verificata l’identità del mittente e l’attendibilità dello screenshot.
  • Integrità: Lo screenshot non deve essere stato manipolato.
  • Identificazione del dispositivo: Il dispositivo da cui proviene il messaggio deve essere identificabile e attribuibile a una persona specifica.
  • Prove Accessorie: Possono essere utili metadati, email di conferma, estratti server o registrazioni notarili.
  • Non contestazione: Se la controparte contesta l’autenticità dello screenshot, questo potrebbe non essere considerato valido.

L’evoluzione delle prove digitali

Questa sentenza segna un ulteriore passo avanti nel riconoscimento delle prove digitali, che negli ultimi decenni hanno assunto un ruolo sempre più importante nei procedimenti giudiziari. L’articolo 20 del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) ha già equiparato i documenti informatici a quelli cartacei, a condizione che rispettino criteri di autenticità.

Precedenti importanti

  • Nel 2016, il Tribunale di Milano ha riconosciuto la validità di una mail senza firma digitale non contestata.
  • Nel 2018, il Tribunale di Roma ha utilizzato un post su Facebook come prova di diffamazione online.

L’informatica forense, la disciplina che si occupa dell’analisi delle prove digitali, assume quindi un ruolo sempre più centrale per garantire l’attendibilità delle prove presentate in tribunale.