Se c’è un ospedale in fin di vita, non è lo “Jazzolino” di Vibo Valentia. Quello, almeno, prova ancora a sopravvivere tra infiltrazioni d’acqua, muri scrostati, reparti obsoleti e personale allo stremo.
No: il vero malato terminale, incapace di intendere e soprattutto di volere il bene comune, è il Governo Meloni. Un esecutivo che tra un brindisi a Washington e un selfie con Netanyahu trova sempre il tempo per tagliare ciò che serve ai cittadini, mentre ingrassa ciò che serve a sé stesso e ai suoi amici con l’elmetto.
Tre milioni contro cento miliardi
Tre milioni. Questa la cifra “mancante”. Meno di quanto la Rai paghi certi suoi dirigenti per fingere di dirigere. Una mancia rispetto al baraccone bellico in cui il Governo, col sorriso di chi gioca a Risiko con vite umane, ha già deciso di gettare 100 miliardi in armamenti. Missili, cannoni, aerei da guerra. Ma guai a chiedere letti decenti o un Pronto Soccorso che non sembri uscito da un documentario sulla sanità del Terzo Mondo.
La voce di Tucci: “È sabotaggio, non disattenzione”
E qui arriva Riccardo Tucci. Uno dei pochi parlamentari calabresi che non ha venduto il cervello al mercato delle vacche della propaganda. Il suo è un atto d’accusa netto, giusto, necessario. Altro che populismo: questa è realtà. Spietata, tangibile, sotto gli occhi di chiunque abbia mai avuto la (s)ventura di varcare la soglia del “vecchio Jazzolino”. Un ospedale che dovrebbe essere chiuso per lavori urgenti, e che invece rischia di essere chiuso e basta.
I 3 milioni che il governo Meloni ha deciso di NON stanziare non sono solo un taglio: sono un sabotaggio. Perché senza quella cifra, va a farsi benedire anche il resto del finanziamento da 25 milioni. Quindi no, non è disattenzione. È scelta politica. È la conferma di una linea chiara: tagliare sulla salute, investire sulla morte. Non ci sono bombe intelligenti abbastanza da giustificare questa follia.
Patria o agenzia bellica?
La presidente del Consiglio, che ama sbandierare il tricolore e piangere a comando quando si parla di “Patria”, dovrebbe spiegare ai cittadini di Vibo Valentia – e a milioni di italiani trattati come cittadini di Serie C – in cosa consista l’“onore” di essere italiani, se poi l’unico diritto garantito è morire in ospedale per mancanza di cure, e magari con il soffitto che ti cade in testa.
E la Regione Calabria? Complice del silenzio
E la Regione Calabria? Ah, quella grande incompiuta istituzionale che sembra un ente astratto, capace solo di promesse elettorali e conferenze stampa. Tucci lo ha detto chiaro: qui serve responsabilità istituzionale. E ha ragione. Perché se il governo taglia, e la Regione dorme, allora la colpa è di entrambi. Il cittadino, intanto, resta in attesa. Non del medico. Ma del miracolo.
Una richiesta minima: sanità degna, non missili
Vibo non chiede l’alta velocità, non sogna un aeroporto intercontinentale. Chiede un ospedale. Con i muri a posto, le attrezzature funzionanti, il personale sufficiente. Chiede, in sintesi, il minimo sindacale per non sentirsi abbandonata da uno Stato che si dice “sociale” solo quando è in campagna elettorale.
Quando uno Stato sceglie la morte, non è più Stato
Perché – ed è bene ricordarlo – quando uno Stato decide che tre milioni per un ospedale sono troppi, ma 100 miliardi per gli armamenti sono pochi, allora non è più uno Stato. È un’agenzia bellica travestita da governo democratico. E chi la guida non è un capo, ma un curatore fallimentare. Della Repubblica. E della coscienza.



