Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha sollevato una questione definita ormai come una vera e propria emergenza sociale: il futuro previdenziale degli insegnanti italiani.
Le recenti simulazioni effettuate sui portali INPS hanno generato profonda preoccupazione all’interno della categoria, delineando prospettive di assegni pensionistici che oscillano tra i 700 e i 900 euro mensili.
Questa criticità colpisce in particolar modo chi ha vissuto carriere frammentate da lunghi periodi di precariato o ha ottenuto il ruolo in età avanzata.
Il nodo dei requisiti e la sostenibilità del servizio
Le normative vigenti impongono l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni con un minimo di 20 anni di contributi, oppure l’uscita anticipata con oltre 41 o 42 anni di versamenti, a seconda del genere. Tali parametri, se applicati a percorsi lavorativi discontinui, non solo riducono drasticamente l’importo della pensione, ma costringono i docenti a restare in cattedra oltre i limiti della sostenibilità personale.
Il Coordinamento sottolinea l’inadeguatezza del mantenere docenti di età superiore ai 67 anni nella gestione quotidiana delle classi. L’attività didattica moderna richiede infatti energie fisiche e prontezza cognitiva che il naturale avanzamento dell’età può compromettere, rischiando di impattare negativamente sia sul benessere dell’insegnante sia sulla qualità dell’offerta formativa per gli studenti.
Il contesto europeo e lo stress professionale
I dati internazionali confermano la particolarità del caso italiano. Secondo l’ultima indagine OCSE TALIS, l’Italia detiene una delle popolazioni docenti più anziane d’Europa, con un’età media di 48 anni e quasi la metà del corpo docente che ha superato i 50 anni. A questo si aggiungono fattori di forte pressione psicologica:
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Eccessivo carico amministrativo e burocratico.
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Stress legato alla valutazione e alla gestione delle relazioni con le famiglie.
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Retribuzioni ritenute insoddisfacenti dal 77% degli insegnanti, un dato molto distante dalla media OCSE.
La richiesta di riconoscimento come lavoro usurante
Il percorso per diventare insegnante è oggi descritto come un iter lungo, costoso e spesso segnato da una mobilità forzata che incide pesantemente sulla capacità di risparmio dei lavoratori. Per queste ragioni, il CNDDU ribadisce la necessità di riconoscere l’insegnamento come lavoro usurante.
L’usura professionale del docente non è solo fisica, ma mentale ed emotiva, derivante da decenni di impegno in contesti educativi complessi. Nonostante esistano già canali previdenziali agevolati per altre categorie di lavoratori, il settore scolastico rimane attualmente escluso da tali tutele.
L’appello finale è rivolto alle istituzioni e al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché si apra un confronto volto a garantire una pensione dignitosa. La protezione della fase di uscita dal mondo del lavoro è vista come un atto di giustizia necessario per chi ha dedicato la propria vita alla formazione delle nuove generazioni e alla trasmissione dei valori costituzionali.



