Di Pierfrancesco Greco*
Insieme, ieri, abbiamo vissuto un bel momento, quello dell’inaugurazione ufficiale del Museo dedicato a Michel Fingesten dal Comune di Cerisano; uno spazio espositivo che ha trovato posto all’interno di Palazzo Sersale e che ieri mattina è stato tenuto a battesimo dall’Istituto Comprensivo di Cerisano, con una manifestazione dal tema “L’incisione come testimonianza del Novecento”. Ma andiamo per ordine.
È da tempo, purtroppo da anni, da troppi anni, ormai, che quotidianamente vediamo in televisione, sui giornali, sui social scene drammatiche, di guerra … Guerre, conflitti che coinvolgono anche i civili, soprattutto i civili: palazzi, case, ospedali colpiti, sventrati, rasi al suolo. Ecco, nei primi anni ’40 del novecento, la guerra, la tragedia della guerra, della seconda guerra mondiale, in cui il fascismo aveva precipitato l’Italia, si riversò col suo carico di morte e distruzione sulle nostre città, sui civili. Persino alcuni centri minori furono colpiti.
Cerisano no, fu risparmiata, ma pensate che un comune confinante con Cerisano, ovvero Mendicino, fu bersaglio dei bombardieri alleati, probabilmente per via di un presidio militare, dotato anche di una postazione d’artiglieria antiaerea, presente nelle vicinanze. Ma ad essere colpita in maniera pesante fu Cosenza … Cosenza fu bombardata nove volte durante la guerra … La prima volta, in maniera devastante, fu colpita il 12 aprile 1943. I quadrimotori alleati, decollati dall’Africa settentrionale puntavano a distruggere gli snodi ferroviari, anche in previsione del programmato sbarco, che ebbe luogo l’estate successiva, prima in Sicilia e poi in Calabria. Purtroppo quel giorno, e non solo quel giorno, le bombe, che non sono mai state intelligenti e mai lo saranno, colpirono diversi quartieri della città: Rivocati, Riforma, Spirito Santo furono bersagliate durante le incursioni. Nelle zone residenziali finite sotto il fuoco dei bombardieri si contarono più di settanta morti, tra cui cinque bambini da poco usciti dalla Scuola Elementare dello Spirito Santo.
E poi ci furono tanti feriti, tantissimi sfollati. Anche l’area dell’Ospedale Civile fu bombardata, col nosocomio che subì notevoli danni. Fu necessario trasferire altrove i degenti e si optò per il Palazzo Sersale di Cerisano: i suoi ampi spazi e il fatto che fosse situato in un luogo decentrato, rispetto a possibili obiettivi militari, e, quindi, presumibilmente al riparo dai bombardamenti, ma distante solo qualche chilometro dalla città, lo resero il luogo ideale per garantire ricovero ai pazienti del circondario.
Ed è qui che, nell’autunno del 1943, fu ricoverato Michel Fingesten, uno dei maggiori alfieri, a livello planetario, di quella affascinante forma d’arte che sono gli ex libris, a cui farò cenno, brevemente, fra poco. Dopo la liberazione, il 14 settembre 1943, del Campo di Ferramonti da parte dell’VIII Armata britannica di Montgomery, per intenderci, quella che l’anno prima aveva sconfitto a El Alamein le forze dell’Asse guidate dal feldmaresciallo Rommel, Fingesten ebbe il tempo di realizzare un quadro per la Chiesa di San Bartolomeo di Bisignano.
Poi le sue condizioni di salute precipitarono, secondo alcune fonti per via di un’ernia inguinale che lo affliggeva da tempo, secondo altre a causa di un incidente: in ogni caso, risultò necessario un intervento chirurgico. La sopravvenuta infezione fu fatale ed egli si spense nel Palazzo Sersale di Cerisano l’8 ottobre del 1943. Non serve scrivere altro riguardo alla sua biografia: è possibile trovarla agevolmente, in numerose pubblicazioni e anche in rete, e poi, come hanno potuto appurare coloro i quali hanno partecipato, in gran numero, alla manifestazione di ieri mattina, essa è stata trattata diffusamente e con grande perizia dagli studenti, i quali hanno pure focalizzato l’attenzione sulla dimensione inerente agli ex libris, di Fingesten e in generale, rispetto a cui notevole è stato il contributo del dottor Giulio Garlaschi, libraio antiquario, il quale ha efficacemente inquadrato il contesto in cui l’ex libris è nato e si è sviluppato, mettendo a fuoco, in particolare, le tecniche di realizzazione, dalle varie tipologie d’incisione calcografica al clichè fotomeccanico, che lo hanno reso un oggetto, o meglio, un fenomeno d’interesse esteso.
Ma, in effetti, cos’e l’ex libris? L’ex libris, abbreviazione del latino “ex libris meis”, che significa “dai miei libri” o “dai libri di”, è un contrassegno, un’etichetta, solitamente ornata con un motto o uno stemma, da applicare sulla parte interna della legatura anteriore o sul frontespizio di un libro per indicarne il proprietario.
Il suo uso è antichissimo, ma è con l’invenzione della stampa che l’ex libris iniziò ad assumere la dimensione che nel corso dei secoli lo ha reso un oggetto di culto per bibliofili e collezionisti. Il primo ex libris conosciuto, ottenuto attraverso la tecnica dell’incisione silografica, quindi con la matrice in legno, è del 1450, realizzato da un cappellano della Baviera, mentre il primo ex libris provvisto di data – nello specifico il 1516 -, ottenuto sempre dall’incisione del legno, si deve al pittore e incisore tedesco Albrecht Dürer.
Questa forma d’arte ebbe grande diffusione in Germania per una serie di ragioni: innanzitutto per via della precoce e rapida diffusione nell’area tedesca della stampa – ricordiamoci di Gutenberg, colui che, intorno alla metà del ‘400 introdusse e perfezionò in Europa la stampa a caratteri mobili -; poi, l’Umanesimo e la Riforma protestante – quest’ultima principiata nel 1517 – diedero grande impulso alla lettura dei libri e alla composizione di biblioteche private con la conseguente necessità, per i detentori dei volumi, d’indicare la proprietà degli stessi. Inizialmente, gli ex libris ebbero carattere araldico, ovvero facevano riferimento, nelle raffigurazioni, alla famiglia, al lignaggio del committente …
Nel corso del tempo, gli ex libris persero tale connotazione e gli incisori si concentrarono maggiormente sulle caratteristiche del libro e sulle attitudini, sull’indole, sulla personalità del committente. Questa evoluzione raggiunse l’apice nel ‘900, quando l’ex libris divenne fenomeno di costume, oggetto di un interesse che valicava il contesto dei bibliofili, elevandosi da forma creativa “complementare” a espressione artistica a sé stante. Ed è in questo ambito che si staglia nitida e aulicamente solitaria la figura di Michel Fingesten: egli, nato nell’allora Slesia austriaca, si abbeverò dalla fonte delle correnti artistiche tedesche e mitteleuropee e, con la sua opera, diede definitivamente all’ex libris la dignità di arte autonoma, con delle peculiarità che sono il proprio marchio distintivo: i suoi ex libris, come ha scritto Teresina Ciliberti, raccontano non solo le sue incertezze e angosce personali, ma anche le inquietudini e le tensioni delle genti, delle popolazioni europee – Fingesten è stato un uomo dell’Europa, non dimentichiamolo – in un periodo pulmbeo – parliamo del segmento temporale compreso tra la seconda metà degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’40 – allorchè si andavano affermando, fino a dispiegare tutta la loro portata mostruosa, quelle forze oscure, quali fascismo e nazismo, che hanno condotto il genere umano verso il baratro della guerra, dell’olocausto, di quel male assoluto che egli intuì e illustrò, con una potenza immaginifica, satirica e grottesca unica, prima di altri. Intuizioni che egli condensò in questi pezzeti di carta, attraverso cui egli, come evidenzia la già citata dottoressa Ciliberti, fece di un’arte cosiddetta minore una straordinariamente tragica testimonianza umana.
Una testimonianza che i nazisti consideravano arte degenerata, in quanto troppo libera: del resto, rimanendo confinate all’interno dell’interazione tra artista e committente ed essendo destinate alla segretezza del cassetto privato, queste opere rappresentavano il massimo della libertà espressiva. Espressione creative libere che, come ha scritto Gianni Mantero, artista, collezionista di ex libris e, soprattutto, amico di Fingesten – Mantero fu colui che si occupò di dare alla sua tomba, qui a Cerisano, l’aspetto che ha ancora oggi -, sono, in particolare quelle ultimate a Ferramonti poco prima di morire, “opere di alta umanità, mai vinte dall’odio e dal destino crudele”. Ecco, il compito di non lasciar vincere l’odio, nel nostro tempo, tocca pure a noi … Queste opere possono aiutarci in tal senso, inducendoci alla riflessione critica, alla riscoperta di una morale basata sulla conoscenza e sulla comprensione di chi condivide con noi la condizione umana. In questo percorso valoriale, le ragazze e i ragazzi dell’istituto Comprensivo di Cerisano sono a buon punto, sono avanti … Io avevo avuto modo, prima di ieri, di visionare alcuni dei lavori che hanno presentato nelle Sale Gemelle del Sersale: ieri mi hanno letteralmente rapito! Sì, perchè questi studenti si sono talmente appassionati alla vita, alle opere, alla visione del mondo di Fingesten da compenetrarsi in esse, fino a farle proprie e raccontarle in maniera sublime. In particolare, hanno saputo farsi messaggeri della libertà che Fingesten ha espresso nelle sue opere: una libertà che è stata una forma di Resistenza. Del resto, l’arte, nel proprio complesso, come hanno evidenziato loro stessi, è luce, è resistenza, è speranza. Le nostre ragazze e i nostri ragazzi hanno compreso benissimo questa verità e l’hanno spiegata anche a noi. Non era scontato: care ragazze e cari ragazzi, voi ci siete riusciti, mi avete commosso e di ciò vi ringrazio. Per me, è stata una giornata indimenticabile: parlarvi della vita, delle opere, dell’arte, della filosofia esistenziale e del dramma umano che ha connotato la figura di Fingesten è stato oltremodo gratificante e ancor più appagante è stato l’interesse e l’attenzione che ho letto nei loro occhi sia durante la visita guidata sia durante la manifestazione svoltasi nelle Sale Gemelle, la cui riuscita si deve anche al fondamentale contributo prestato dal Sindaco, in primis, l’avvocato Lucio Di Gioia, dall’Assessore alla Pubblica Istruzione, dottoressa Francesca Pellegrino, dalla dottoressa Anna Infante, dal mio collega consigliere comunale, dottor Francesco Madrigrano, dalla struttura comunale nel suo complesso, con particolare menzione al caro Antonio Mansueto e all’ingegner Tony Alfieri e a tutte le donne e gli uomini che hanno prestato il loro servizio per l’occasione, senza dimenticare gli amici che hanno garantito una circostanziata copertura mediatica.
Ma il servizio più prezioso, più scintillante l’avete prestato voi, care studentesse e cari studenti dell’Istituto Comprensivo di Cerisano, con le vostre interviste, le vostre slide, i vostri video, il vostro kamishibai, i vostri timbri, i vostri disegni, i vostri laboratori, i vostri allestimenti, i vostri doni e, poi, con la vostra musica e il vostro canto: il “Gabriel’s Oboe” di Morricone, dal film “Mission”, la “Barcarolle” di Offenbach, eseguiti dall’Orchestra, e “Il gigante e la bambina”, il brano composto da Lucio Dalla, col testo di Paola Pallottino, e portato al successo da Ron, cantato dal Coro – in riferimento al soggetto di uno degli ex libris esposti nel museo cerisanese -, hanno degnamente coronato una mattinata di cultura, formazione e riflessione. Complimenti a voi, alle vostre insegnanti e al vostro Dirigente scolastico, il professor Lorenzo Ciacco, dunque: ritengo che la vostra passione, l’interesse in voi suscitato, il sapere da voi interiorizzato ed elargito siano i primi risultati, i primi effetti positivi sortiti da questo museo. Effetti che profumano di speranza.
Avete tracciato la strada: ora, percorriamola insieme!
Grazie ancora!
*Consigliere Delegato alla Cultura del Comune di Cerisano



