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Calabria fuori dal commissariamento: fine di un alibi, non dei problemi

di Massimo Mastruzzo*

Diciassette anni dopo, la Calabria esce dal commissariamento della sanità. Il titolo è di quelli che fanno effetto. La realtà, molto meno.

Perché la prima operazione da fare è smontare la narrazione: non è finito il piano di rientro. E finché resta in piedi quello, restano in piedi i vincoli veri – su spesa, personale, programmazione. Il commissariamento era lo strumento, non la sostanza. La sostanza è il disavanzo strutturale, ed è ancora lì.

C’è poi un dato politico che pesa e non può essere rimosso. La scelta del presidente Roberto Occhiuto di sostenere in Conferenza Stato-Regioni le intese sull’autonomia differenziata promosse dall’asse nordista del centrodestra non è un dettaglio. È una contraddizione. Perché mentre si celebra l’uscita da una gestione straordinaria che ha certificato il fallimento di un sistema, si avalla un modello che rischia di cristallizzare – se non ampliare – proprio quei divari.

E allora conviene dirlo senza ipocrisie: il commissariamento è stato anche un grande alibi. Per Roma, che ha gestito per anni senza risolvere. Per la politica regionale, che ha potuto scaricare responsabilità su una struttura “altra”. Un doppio fallimento, distribuito trasversalmente, che nessuna fine formale può cancellare.

Il punto, però, è un altro. Cosa cambia davvero, da oggi?

Il commissariamento garantiva poteri straordinari, deroghe, procedure accelerate. Non sempre utilizzate bene, certo. Ma comunque esistenti. E non va dimenticato che lo stesso Occhiuto è stato, di fatto, anche commissario negli ultimi anni. Se in quella condizione – teoricamente più favorevole – non si è prodotta una discontinuità evidente, è difficile sostenere che il ritorno alla gestione ordinaria, più vincolata e più esposta alle inerzie burocratiche, possa da solo rappresentare la svolta.

Il rischio è evidente: che si sia chiusa una fase nominale senza averne aperta una sostanziale. Che si sia archiviato un titolo, non un problema.

Il vero banco di prova resta il superamento del piano di rientro. Solo lì si gioca la partita vera: più risorse, più autonomia programmatoria, più capacità di costruire un sistema sanitario degno di questo nome. Tutto il resto è cornice.

E intanto, mentre si discute di modelli istituzionali e assetti di potere, continua a funzionare – perfettamente – l’unico meccanismo davvero efficiente del sistema: la mobilità sanitaria.

Migliaia di calabresi ogni anno sono costretti a curarsi altrove. Non per scelta, ma per necessità. E ogni viaggio non è solo una storia individuale di disagio, costi e distanza: è anche una partita contabile. Risorse che escono, rimborsi che finiscono nelle casse delle regioni “ospitanti”, sistemi sanitari che si rafforzano grazie alle debolezze altrui.

Un circuito che, nei fatti, premia chi funziona e penalizza chi è in difficoltà. Nulla di illegittimo, ma profondamente distorsivo se letto alla luce di un principio che dovrebbe essere intangibile.

Perché il diritto alla salute non è una variabile territoriale. È scolpito nella Costituzione italiana. Non dovrebbe essere commissariato, condizionato, differenziato. E invece, nella pratica, lo è.

La verità, scomoda ma difficile da aggirare, è che il sistema così com’è rischia di alimentare sé stesso: da un lato territori che non riescono a garantire pienamente un diritto costituzionale, dall’altro territori che traggono beneficio – anche economico – da questa incapacità.

Uscire dal commissariamento, allora, significa una cosa sola: finisce l’alibi.

Da qui in avanti non ci sono più gestioni straordinarie dietro cui ripararsi. Resta la responsabilità piena, politica e amministrativa. E resta un’urgenza che non ammette retorica né rinvii.

Perché la salute, a differenza delle riforme, non può aspettare.

*Direttivo nazionale MET Movimento Equità Territoriale