La proposta del Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di trattenere sul territorio una quota del valore creato dagli impianti eolici e solari tocca un tema centrale e condivisibile. Chi accetta le trasformazioni paesaggistiche e le opere di rete deve poter partecipare ai benefici economici. Tuttavia, associare il surplus elettrico calabrese alla produzione da fonti rinnovabili rischia di essere fuorviante. I dati Terna relativi al 2024 mostrano una realtà differente: la Calabria è una regione fortemente esportatrice, ma la sua produzione è ancora dominata dal termoelettrico tradizionale.
I numeri del surplus e il peso delle fossili
Nel 2024 la Calabria ha registrato una richiesta elettrica regionale pari a 6.125,9 GWh e consumi finali per 5.050,4 GWh. La produzione destinata al consumo ha invece raggiunto i 13.024,5 GWh, generando un export netto verso le altre regioni di 6.898,6 GWh. Questo ampio saldo attivo non deriva principalmente dal comparto verde, bensì dagli impianti alimentati a combustibili fossili. La produzione lorda termoelettrica tradizionale è stata infatti di 9.481,5 GWh, coprendo il 70,8% dell’intera produzione lorda regionale.
Le fonti rinnovabili faticano ancora a imporsi come asse portante del sistema. Eolico e fotovoltaico hanno generato complessivamente 3.106,1 GWh. Sebbene tale quota sia rilevante e pari a circa la metà della richiesta elettrica regionale, non è sufficiente a spiegare l’entità dell’export. Anche includendo il contributo dell’idroelettrico, il bilancio totale delle tre fonti pulite si attesta a 3.919,7 GWh, una cifra distante dai volumi garantiti dal termoelettrico.
I limiti di idroelettrico e fotovoltaico
L’analisi dei dati evidenzia anche la distanza tra la potenza installata e l’energia effettivamente immessa in rete. L’idroelettrico calabrese dispone di una potenza efficiente lorda di 843,2 MW, ma nel 2024 la produzione si è fermata a 813,6 GWh, registrando un fattore di utilizzazione dell’11%. Questa risorsa risulta fondamentale per la stabilità e la modulazione del sistema, ma non offre una disponibilità costante di energia su base annua.
In modo analogo, il fotovoltaico ha espresso una produzione di 918,3 GWh, equivalente al 15% della richiesta regionale. Nonostante l’elevato irraggiamento solare del territorio, la tecnologia presenta ampi margini di crescita ed è ancora lontana dal poter ridimensionare il ruolo del gas naturale.
Il nodo dei prezzi zonali e dei nuovi insediamenti industriali
Il dibattito sul prezzo zonale non deve ingenerare l’illusione che i benefici sul mercato all’ingrosso si traducano in modo automatico in una riduzione delle bollette per le famiglie e le imprese. La spesa finale è condizionata da molteplici voci, tra cui le tariffe di rete, gli oneri di sistema, la fiscalità e i costi di dispacciamento. Inoltre, nei momenti di assenza di vento o sole, il prezzo continua a essere stabilito dagli impianti a gas.
In questo scenario, l’ipotesi di attrarre grandi infrastrutture digitali o data center ad alto consumo energetico richiede cautela. L’insediamento di nuovi carichi energivori dovrebbe essere vincolato alla creazione di nuova capacità rinnovabile addizionale, all’installazione di sistemi di accumulo e a contratti di approvvigionamento su base oraria coordinati con i profili di produzione delle fonti pulite. Senza tali accorgimenti, l’aumento della domanda elettrica rischierebbe di essere soddisfatto proprio dal termoelettrico tradizionale, prolungando l’attività economica delle centrali a gas invece di accelerare la transizione.
La Calabria possiede le risorse ideali per proporsi come modello avanzato nella transizione energetica, grazie alle competenze universitarie, alle aree industriali disponibili e allo sviluppo delle comunità energetiche. Per trasformare il territorio in un reale hub delle rinnovabili è però necessario attuare una strategia focalizzata su accumuli, flessibilità e autoconsumo, riducendo progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili.



