La tenebra del crepuscolo, sabato sera, stava togliendo spazio agli ultimi vagiti di luce e il portico d’ingresso di Palazzo Sersale era già stato cinto da quei contrasti di luci e ombre in cui si adagia il pathos tipico delle antiche residenze nobiliari del meridione d’Italia, quando le parole del Sindaco di Cerisano, avvocato Lucio Di Gioia, hanno attraversato, da un capo all’altro, l’atrio del ducale maniero, lastricato in un selciato dal tempo levigato e sormontato dalle pregevoli arcate tufacee e dalle spartane strutture lignee sotto cui, secoli addietro, trovavano riparo i Signori di Cerisano: “Partecipare a una Cena al Buio – ha esordito il Sindaco – significa condividere; condividere spazi, condividere pensieri, parole, sapori. Partecipare a una Cena di tal tipo, significa, poi, condividere questa esperienza del buio, che ci fa sentire inermi, rendendoci, nel contempo, più uniti al nostro vicino, in cui cerchiamo e a cui siamo disposti a dare rassicurazione, compagnia, interlocuzione; partecipare a una Cena al Buio significa, quindi, condividere valori, valori solidali, valori alti, quelli di cui l’animo umano non deve sentirsi mai sazio. Questa Cena sarà un incontro tra l’Ente comunale e l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, che nel nostro territorio può contare sulla presenza della dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale UICI, insieme con la quale siamo finalmente riusciti a realizzare questo evento, che nobilita il nome di Cerisano e del suo Festival”. Effettivamente, “come ha sottolineato Lucio – ha proseguito la dottoressa Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’UICI – , una Cena al Buio è, prima di tutto, un’esperienza sensoriale, che non è scontato e neanche facile accogliere all’interno di una manifestazione come il Festival delle Serre, ove predominante è la ricerca delle emozioni attraverso le arti, la musica, il teatro, la cultura; noi, questa sera, cercheremo le emozioni nella totale mancanza di luce, in una dimensione nuova per tanti di noi, che è legata a quella sfera del mondo sensibile in cui la bellezza, che gli artisti ci regalano, riesce a rapire il nostro animo. Sono certa che tra qualche ora guarderete al mondo della disabilità visiva con occhi diversi, con gli occhi di chi conosce di più il proprio prossimo. E poi, stasera potrete accostarvi alle nostre istanze, che saranno autorevolmente portate alla vostra attenzione dal Presidente Nazionale dell’UICI, dottor Mario Barbuto, presente qui a Cerisano nonostante i tanti impegni nelle assise istituzionali più alte, il quale, insieme alla componente della Direzione Nazionale, dottoressa Linda Legname, al Presidente Regionale Pietro Testa, al Presidente della Sezione UICI di Catanzaro Luciana Loprete, che è tra noi anche in un’altra veste, come scopriremo tra poco, e al Consigliere provinciale dell’UICI di Cosenza Nives Mastromonaco, daranno ancora più pregnanza al messaggio d’inclusione, che, nella stanza qui accanto, busserà alla porta del nostro animo e del vostro cuore”. Una porta che il Presidente Barbuto ha attraversato dopo aver suggerito agli altri ospiti alcuni elementi di riflessione, con una punta di spirito che ha contribuito ad allentare l’ansia che in alcuni iniziava a fare capolino nell’imminenza di dover affrontare il disorientamento che il buio, almeno inizialmente, induce in chi affida alla vista gran parte dell’esplorazione e della conoscenza del mondo che fa da cornice alla nostra vita: “per voi, così temerari – ha affermato Barbuto –, sarà intrigante e bello scoprire gli oggetti sul tavolo, riconoscere i sapori delle pietanze, rigorosamente tenute segrete, versare l’acqua e il vino nel bicchiere, fare, insomma, tutte quelle piccole cose che di solito si fanno quasi meccanicamente e a cui oggi sarete chiamati ad approcciarvi con un’attenzione inusitata. In ogni caso, come hanno rimarcato il Sindaco Di Gioia e Annamaria, l’occasione della Cena è un pretesto leggero per sottolineare una tematica complessa, quale quella delle disabilità, che, siamo sicuri, vi avvicinerà alle tematiche portate avanti dall’UICI, soprattutto per l’inclusione, la contaminazione tra le persone che queste iniziative favoriscono e che costituiscono i canali migliori per processare e giungere a quell’integrazione, a quell’autonomia, a quella libertà verso cui aneliamo con tutte le nostre forze, nella convinzione che tenersi per mano significhi includere un po’ di più e sentire le altre persone più vicine e meno diverse”. “Per voi, questa cena, sarà una sorta di viaggio – ha spiegato il Presidente della Sezione di Catanzaro Luciana Loprete, che ha guidato lo staff di assistenza ai commensali e di servizio ai tavoli – durante il quale dovrete fidarvi di noi; stasera, in sostanza, si capovolgerà la situazione, perché saremo noi a guidarvi; noi faremo in modo che la nostra Cena sia per voi un momento di gioia, da vivere senza traumi, riflettendo, lasciandosi sensibilizzare, aprendo il cuore al proprio animo, approfittando di un’occasione in cui non siamo distratti dalla vista, che è meravigliosa, che è un dono prezioso, ma che spesso, paradossalmente, ci nasconde tante cose. State per entrare in un mondo magico”. Così, dopo una preghiera recitata dal parroco di Cerisano, Don Alfonso Vulcano, è iniziato un sorprendente viaggio di fiducia e abbandono totale nell’abilità di Luciana, la quale, dopo aver disposto gli oltre cinquanta ospiti in ordinata fila, alla stregua di un trenino, e non prima di aver distribuito a tutti un pratico bavettone, li ha guidati, a turno, verso i tavoli, facendoli accomodare rapidamente e in tutta sicurezza ai posti loro assegnati. In effetti, entrando nei grandi saloni in cui si dispiega il piano terra del Sersale, passando gradualmente dalla luce, alla penombra e, infine, al buio più impenetrabile, è stato come entrare in un mondo irreale. È stata una sensazione strana, quella provata appena entrati, perfino raccontarla suscita impressioni insolite, che sembrano superare il tempo, lo spazio: il passato pare diventare presente e… Ecco, ci troviamo di nuovo nella Sala ove si svolge la Cena, completamente al Buio.
Sì, siamo completamente al Buio, un Buio straordinariamente sconosciuto, che difficilmente i nostri occhi incontrano in una situazione di assenza di luce, per così dire, normale. Qui sembra di trovarci davanti a un muro, anzi, all’interno della materia, all’interno di qualcosa che aderisce a noi, che ci serra ma che non ci tocca, che è impalpabile; è difficile rendere efficacemente a chi legge l’idea della sensazione che si prova. Le nostre mani, le nostre braccia, le nostre giacche si sentono, ma non si vedono, e assolutamente ignoti sono i vicini, ammesso che ci sia qualcuno al nostro fianco: ma, ecco, una voce, due voci, tante voci attraversano questa bolla e tu non sei più solo. Allora la fantasia s’incarica di rivelarti l’espressione che i vicini potrebbero avere in questo momento, l’espressione che tu stesso potresti avere in questo momento, ma subito sovvengono le parole di Annamaria e di Luciana e comprendi che ciò non è poi una cosa importante; più importanti sono le parole, con cui inizi uno scambio ideale che ti accompagnerà per tutta la serata, rivelandoti come l’essere umano, privato dei suoi simili, sia poca cosa. E mentre tale riflessione ti fa quasi dimenticare l’abisso di buio in cui ti trovi immerso, ecco che sul tavolo la tua mano sfiora qualcosa: è il piatto, il piatto con l’antipasto, e poi i bicchieri, la frescura delle bottiglie d’acqua, la forma inconfondibile di quelle contenenti il vino, e, allora, inizi a usare, con maggior attenzione, rispetto al solito, l’olfatto, cercando di capire quello che lo chef ha preparato per te e che i camerieri ti hanno servito; l’odore è gradevole, la cena può principiare. Usare le forchette, onestamente, non è facilissimo, e la tentazione di adoperare in maniera informale le mani è forte, però poi ti abitui e tutto risulta più facile, così come più semplice è lasciarsi andare a tutto ciò che questo momento, a livello emozionale e sensoriale, ti può regalare. Sì, è più facile lasciarsi andare anche ai sapori tipici della cucina romana, che trovi negli inconfondibili rigatoni all’amatriciana e nella trippa con le patate, con il loro olezzo, avvolgente quasi come l’oscurità circostante; un’oscurità in cui, nonostante tutto, circola un microfono, che permette al nostro udito di ascoltare le impressioni e le suggestioni di qualche commensale particolarmente colpito e ispirato dal frangente. Luciana, intanto, come una mamma attenta, passa, insieme alle sue ragazze e ai suoi ragazzi, tra i tavoli, riuscendo prodigiosamente a muoversi in foggia agevole, servendoti impeccabilmente, riuscendo a cogliere la tua presenza da un semplice respiro e ricordandosi che su quella sedia stai seduto proprio tu: ti senti chiamare per nome, quasi sobbalzi, e ti senti al sicuro. Il buio, l’abisso di cui si parlava poc’anzi, inizia a diventare accogliente. Intanto, un gradevole sottofondo jazz fluttua tra le voci che il buio sembra a tratti confondere, ma ecco che la musica s’interrompe e la voce melodiosa di una ragazza recita alcuni versi, composti per l’occasione e dedicati alla cena e a Roma, a cui questo convivio vuole, in linea con quanto accadrà durante il Festival, rendere omaggio. Sono versi settenari che sembrano guidarti nell’onirica bellezza della Capitale, che troviamo anche nei nomi assegnati ai tavoli, i quali ti portano dal Quirinale, ove chi scrive sta vivendo questa emozione, a Piazza di Spagna, invitandoti a una passeggiata a Villa Borghese, per poi aprirti la strada su Via del Corso, e, dopo un po’, verso Castel Sant’Angelo, a pochi passi dal Vaticano, per poi salire sul Gianicolo, dove il panorama sulla Città Eterna t’impedisce di tenere fermo lo sguardo, il quale, chissà poi perché, si sofferma sul Vittoriano, che ti porta alla mente i poco lontani Fori Imperiali, mentre l’attenzione già si sposta sulle statue della basilica lateranense che domina Piazza San Giovanni: sì, ti sembra di vedere Roma in questo buio, che magia! Ha ragione Luciana: grazie a Lei e ai suoi ragazzi, quello che da soli vivremmo come un incubo, è un mondo fatato. Sì, è una dimensione dell’esistenza intensa ed eterea quella in cui stiamo respirando e sospirando. Peccato che la frutta sia già arrivata; consumarla è un esercizio veloce. Siamo alla fine. Luciana intona due belle canzoni, per accomiatarsi da noi, Annamaria ringrazia, una mano tocca la spalla, invitando ogni commensale ad alzarsi e ad accodarsi: si riforma il trenino, il quale, lentamente, fa a ritroso il percorso d’inizio serata, portandoci nuovamente alla luce, che nei primi minuti quasi ci ferisce gli occhi, infrangendo quel senso di magia che ci aveva pervaso poco prima. Sì, è il ritorno alla normalità, a quella normalità che ci ricorda come quel buio, che allo scrivente è parso così rassicurante e gradevole, grazie all’amorevole lavoro dei nostri angeli custodi, per tante persone sia preclusione alla visione di alcune delle bellezze del mondo, oltre che a una vita pienamente soddisfacente, a livello professionale ed emotivo, a causa delle barriere materiali e psicologiche che la nostra approssimazione spesso erge lungo il cammino di chi condivide con noi quest’angolo di universo. E, allora, risulta agevole capire come il vero buio sia quello dell’indifferenza verso le difficoltà e i bisogni altrui. E allora vien da riflettere: così come l’attenzione e la cura, prestataci da Luciana e dalla sua stupenda squadra, è riuscita a rendere indimenticabile un’esperienza potenzialmente drammatica, lenendo il nostro momentaneo disagio, fino a renderlo piacevole, allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, la cura, la premura e l’attenzione che noi, i cosiddetti normodotati, dovremmo doverosamente prestare a coloro i quali del buio fanno un’esperienza costante, riuscirebbero a lenire la sensazione di perenne caducità indotta dall’invalidante condizione, permettendo loro di cogliere la magia che ogni attimo, che ogni sapore, che ogni abbraccio, che ogni bacio sono capaci di portare nel nostro sentire interiore, a prescindere dal buio e dalla luce che attraversano i nostri occhi. Sì, è il ritorno alla normalità, anche se, dopo questa serata, in questa normalità ci sarà sempre posto per l’immaginifico ricordo di una serata passata sui bordi delle realtà sensibili che la mondanità ci mette a disposizione, offrendocele in infinite forme, sulla base della quotidianità che ognuno di noi vive. Il bavettone, recante il tema della Cena, la data e i motivi grafici delle locandine realizzate per il Festival imminente, non serve più, o meglio, servirà ancora, portandolo con noi a casa e conservandolo, magari anche macchiato, a ravvivarci, di tanto in tanto, il ricordo di un’esperienza unica. Sì, è stata per davvero un’esperienza unica, difficilmente descrivibile, intimamente vissuta in un alveo di riferimento collettivo, vissuta fino in fondo.
Un’iniziativa senza precedenti, per il territorio dell’hinterland cosentino, che ha lasciato il segno, grazie a tutti coloro i quali hanno, in qualche modo, partecipato alla Cena al Buio, come già detto, organizzata dal Comune di Cerisano, dal Consiglio Nazionale e dalla Presidenza Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, e tenutasi all’interno del monumentale Palazzo Sersale di Cerisano, quale prologo della XXVI Edizione del Festival delle Serre. Sabato sera, nel corso della Cena che ha alitato “Dell’Urbe i bei Sapori… nel Buio i suoi Colori”, e di cui s’è, speriamo degnamente, qui favellato, ognuno di noi è riuscito a sentire come propri gli occhi del vicino di posto, vedente o non vedente che fosse, cogliendo, in quella totale assenza di luce, la scintilla di valori quali la gentilezza, il calore, la solidarietà, estrinsecantesi in un pezzo di pane passato o in un bicchiere d’acqua versato, in quelle piccole cose, che, in definitiva, fanno veramente la differenza, contestualmente a una società matura, e che, al di fuori di ogni retorica, salveranno realmente la nostra umanità, intesa come capacità di essere consequenziali alla nostra natura sociale. Una Cena al Buio, questa Cena al Buio, può apparire una piccola luce in un cielo oscuro: in realtà essa è una stella che brilla in un firmamento ove gli Astri della buona volontà e dell’Amore riusciranno, col vento della sensibilità, in ogni crepuscolo a portare l’Aurora. L’Aurora che toglie spazio a ogni sussulto di oscurità, l’Aurora che vince ogni tenebra, che rischiara ogni ombra.
E ora il Festival delle Serre, quest’anno dedicato alla nostra Capitale, può veramente iniziare.
Pierfrancesco Greco



