L’ultima puntata di DiMartedì, il programma di La 7 condotto da Giovanni Floris, ha offerto un dibattito serrato e di grande attualità, mettendo a confronto due figure di spicco del panorama italiano: il magistrato Nicola Gratteri e il giornalista Corrado Augias.
Al centro della discussione, la contestata riforma della giustizia proposta dal governo Meloni e il delicato rapporto tra potere politico e magistratura.
Il silenzio che pesa
Un momento di particolare intensità è stato il botta e risposta tra Augias e Gratteri in merito alla mancata nomina di quest’ultimo a Ministro della Giustizia. Augias ha sollevato la questione con una domanda diretta: “Anni fa un governo propose che lei diventasse ministro della Giustizia, poi quella cosa non si è fatta. Io non ho mai capito perché”.
La risposta di Gratteri, seppur breve, ha lasciato un segno profondo: “Lo so, ma non lo posso dire. Cioè, so ma non ho le prove per poterlo dire”. Questo enigmatico commento ha alimentato le speculazioni, suggerendo che ci siano state dinamiche politiche o pressioni esterne che hanno impedito la sua ascesa a una delle cariche più importanti del Paese.
La riforma e il sospetto
La discussione è poi scivolata sulla riforma della giustizia, con Gratteri che non ha risparmiato critiche. Il magistrato ha espresso una profonda preoccupazione, affermando che l’obiettivo della separazione delle carriere è in realtà quello di “mettere il pubblico ministero a servizio dell’esecutivo”. Secondo Gratteri, questa riforma non farebbe che tutelare il potere, offrendo una sorta di “scudo” a chi detiene le redini del Paese.
“Non tocchiamo i processi di mafia”, ha ironizzato, “e ci mancherebbe”. Il suo timore, tuttavia, è che questa riforma ignori una realtà sempre più evidente: il legame tra certi “centri di potere” e la criminalità organizzata. “Spesso vediamo un grande abbraccio», ha sottolineato Gratteri, e «è lì che io devo poter lavorare”.
Potere e controllo: le due facce della medaglia
L’intervento di Corrado Augias ha rafforzato questa tesi, con una riflessione che ha colto nel segno: «Chi sta al comando non vuole essere ‘censurato’ dalla magistratura». Questa affermazione sintetizza la tensione di fondo che anima il dibattito: da un lato, l’esecutivo che cerca maggiore autonomia; dall’altro, la magistratura che rivendica la sua indipendenza per poter svolgere il proprio compito di controllo e garanzia della legalità.
Il confronto a DiMartedì ha messo in luce una profonda frattura, un conflitto tra l’esigenza del potere di agire indisturbato e il bisogno di una giustizia libera di indagare su ogni forma di connivenza.



